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Vinceremo la battaglia contro i tumori

di Annaleni Pozzoli, Cinzia Testa
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A dirlo è un grande oncologo italiano che lavora a New York, in uno dei centri più prestigiosi del mondo. E che in questa intervista racconta di un nuovo test capace di rivoluzionare le terapie anticancro

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A dirlo è un grande oncologo italiano che lavora a New York, in uno dei centri più prestigiosi del mondo. E che in questa intervista racconta di un nuovo test capace di rivoluzionare le terapie anticancro

Il 4 febbraio è il World cancer day e per 24 ore in tutto il mondo si parlerà di prevenzione e cura dei tumori. Il messaggio di quest’anno? We can, I can (noi possiamo, io posso). Perché oggi spesso è possibile vincere la battaglia contro il cancro. E lo sarà sempre di più in futuro. Come ci racconta in un’intervista esclusiva il professor Virgilio Sacchini, oncologo ricercatore al Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York e chirurgo senologo di fama mondiale. «Ormai» dice il professor Sacchini «la ricerca scientifica in campo oncologico va nella direzione della medicina di precisione, che sta cambiando radicalmente il modo di diagnosticare e curare i tumori».

Ma come cambiano la diagnosi e la cura?
«Per esempio, stiamo iniziando un ampio studio su un test che identifica il Dna tumorale nel sangue. Si è visto che il cancro libera nel sangue dei pezzettini di Dna, lascia cioè delle tracce della sua presenza. Grazie ad apparecchiature supersofisticate oggi riusciamo a identificare questi frammenti e possiamo non solo fare una diagnosi precoce, ma prescrivere anche la cura giusta. Siamo addirittura in grado di tenere d’occhio la cellula tumorale in modo da accorgerci subito quando, per bypassare il farmaco, ha sviluppato una mutazione. E prescrivere così un’altra terapia efficace. In pratica, riusciamo letteralmente a rincorrere le mutazioni del tumore finché non arriviamo a distruggerlo. E non è fantascienza. Nel nostro Centro abbiamo già un database, cioè un archivio di 416 geni correlati al tumore che ci permette di seguire passo passo la terapia del paziente. Questo esame così all’avanguardia in Europa non esiste ancora, ma sono certo che sia solo questione di tempo. Prendiamo il test Oncotype Dx: viene utilizzato già da sei anni negli States per la donna con carcinoma mammario e le assicurazioni lo rimborsano senza battere ciglio perché ha un ruolo molto importante nella decisione terapeutica. Attraverso l’analisi di 21 geni è possibile infatti scegliere il trattamento più efficace dopo l’intervento, cioè la chemio, oppure l’ormonoterapia, aumentando le probabilità di guarigione. L’Oncotype sta prendendo piede anche in Italia e al momento viene proposto in un centinaio di centri. L’unico problema è che è a pagamento con un costo di circa 3000 euro».

Nel campo della chirurgia quali sono le novità?
«La novità più rilevante riguarda il linfonodo sentinella, il primo che si trova sulla rete linfatica dal seno all’ascella. Fino a oggi se dalle analisi risultava aggredito dalla malattia, la prassi era di asportare tutti i linfonodi durante l’intervento. Ora non più, almeno negli Stati Uniti. Una serie di studi clinici eseguiti in molti centri oncologici americani, compreso lo Sloan Kettering, ha dimostrato che se i linfonodi positivi sono meno di tre non è necessario asportarli. Perché le terapie alle quali deve sottoporsi la paziente dopo l’intervento sono in grado di “ripulirli” da eventuali cellule oncogene residue. E senza timori: il rischio di recidiva all’ascella, cioè di ritorno della malattia in questa zona, è pari all’1 per cento. E i vantaggi per la donna sono enormi: evitiamo problemi come la diminuzione della sensibilità e le limitazioni nel movimento del braccio operato. Il risparmio dei linfonodi è possibile anche quando è necessario ridurre il tumore prima dell’ intervento con un ciclo di chemioterapia. In sei-nove casi su dieci, infatti, si ottiene una completa pulizia dei linfonodi dalle cellule malate».

È vero che il seno dopo l’intervento può tornare quello di prima?
«Assolutamente sì e non a caso la mastectomia in questo caso viene definita “cosmetica”. Le ricostruzioni sono sempre più sofisticate. L’unico problema sono i costi elevati perché l’intervento ha una durata perlomeno doppia rispetto a quello tradizionale ed è necessario il chirurgo plastico esperto in microchirurgia. Per questo la mastectomia cosmetica si fa ancora in pochi Centri pubblici italiani. In molti interventi di mastectomia vengono addirittura salvati sia la cute della mammella sia l’areola e il capezzolo. Quindi da un’area del corpo come i glutei, l’addome oppure la parte interna della coscia, viene prelevata una porzione di tessuto cutaneo e sottocutaneo, con tanto di vasi sanguigni, e trapiantata nella parte operata. La mastectomia cosmetica va comunque valutata con attenzione. Le pazienti candidate devono rispondere a precisi parametri soprattutto per quanto riguarda la conservazione di areola e capezzolo: non è possibile mantenerli, ad esempio, se la massa tumorale è nella parte centrale del seno».

Si parla tanto dei farmaci immunoterapici per vari tipi di tumore: ma per quello al seno?
«Sono in corso le prime ricerche sia negli States sia in Europa, Italia compresa, con risultati più che positivi in circa due casi su dieci. Siamo all’inizio, ma l’esperienza nel trattamento di altre forme tumorali ci fa ben sperare. Già da tempo si sa che il sistema immunitario ha un ruolo fondamentale nello sviluppo delle cellule oncogene. Che sono molto furbe: riescono sia a confondere il sistema immunitario che non le riconosce come “nemici” da combattere sia a diminuirne drasticamente l’attività. Questa scoperta ha permesso di formulare sostanze, già usate per il melanoma e per il carcinoma polmonare, che permettono in alcuni casi una regressione tale del tumore da poter parlare di guarigione. L’obiettivo adesso è di raggiungere gli stessi risultati con il carcinoma mammario».

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