L’acqua miracolosa di Las Vegas

Credits: Corbis
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di

Anna Scarano

Nel deserto del Nevada una sindaca virtuosa ha insegnato ai cittadini a risparmiare l'acqua

La parola impatto zero, in questi ultimi anni, ci è diventata famigliare: meno CO2 consumiamo, meno inquiniamo l’aria che respiriamo. E con l’acqua, come ci regoliamo? Noi del primo mondo la percepiamo come una risorsa infinita, inesauribile e praticamente gratuita, mentre 880 milioni di persone non ne hanno accesso. Nell’era precristiana ne consumavamo 12 litri a testa al giorno, nel XX secolo 60, oggi 385 litri. Più che l’uso domestico, in realtà, conta quello che utilizzano l’industria e l’agricoltura: occorrono un milione di litri d’acqua per produrre una tonnellata di carta, 15 milioni per una tonnellata di carne. Ma il dato che davvero mi ha colpito è che il 30 per cento dell’acqua immessa nella nostra rete idrica va persa a causa del cattivo stato delle tubature. Questi dati, che vi ho snocciolato uno dopo l’altro, li ho sentiti al recente Salone del libro di Torino, in occasione della presentazione del libro La grande sete, l’era della scommessa sull’acqua (Egea) dell’americano Charles Fishman. L’autore era lì in carne e ossa, faccia simpatica e attenta a seguire gli esperti italiani che facevano una sintesi dello stato delle cose. Poi è toccato a lui parlare. E mi ha fatta volare a Las Vegas. Non ci sono mai stata, ma come tanti so che è la città del divertimento in mezzo al deserto del Nevada. Non sapevo però che questa città ha costruito con l’acqua un rapporto particolare. Lo ha dovuto fare per forza, perché ci vivono due milioni di abitanti, ha 36 milioni di visitatori all’anno, ma lì cadono solo 15 centimetri di pioggia in 12 mesi. Lo ha dovuto fare anche perché sull’acqua ha costruito la sua fortuna: oasi dell’antico Egitto, Venezia con le gondole che solcano i canali, fontane dai getti spettacolari. Ma da dove prende allora tutta l’acqua che le serve? Da un serbatoio che quelli del posto chiamano Lake Mead e che è la più grande riserva d’acqua artificiale degli Stati Uniti (si snoda per 176 chilometri tra i canyon desertici di Nevada e Arizona). Ma non può attingerne quanta ne vuole e infatti il suo consumo è rimasto uguale a quello del 1930 nonostante sia la città più secca d’America e quella che cresce più rapidamente (tra il 1990 e il 2009 la sua popolazione è triplicata). A regolare il consumo d’acqua è, da 13 anni, una donna, Patricia Mulroy. Che ha cambiato le abitudini dei suoi concittadini: niente prati davanti a casa, regole ferree sul lavaggio delle auto e la maggior parte dell’acqua viene riciclata. Charles Fishman, per il suo libro, ha girato diversi Paesi, dall’India all’Australia, e le sue conclusioni, come insegna Las Vegas, sono chiare: che ci sia o no acqua a sufficienza (in India ci sarebbe, ma per 23 ore i rubinetti sono a secco) dipende da come viene gestita e distribuita. E se si vuole parlare oggi di sviluppo economico non ci si può riferire solo all’industria, ma anche al fatto di avere dell’acqua pulita. Il perché è semplice: è molto più facile, impegnandosi, tenere l’acqua pulita piuttosto che disinquinarla, operazione che si può fare, ma è costosissima. All’acqua bisogna dunque dare il giusto valore: anche se non sembra ha un suo prezzo. Ricordarcelo ci aiuterà a non pagare in futuro prezzi altissimi.

Anna Scarano, vicecaporedattore

scarano@mondadori.it

(Pubblicato su Donna Moderna n. 24/2011)

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