del

Che scandalo: nel 2005 c’è chi “fa la spesa” negli scarti

di Sabrina Barbieri
Vota la ricetta!

Sì: c'è chi per vivere deve frugare tra i rifiuti. Barboni? No. Sono i nuovi "poveri in giacca e cravatta". Fanno parte di quei 14 milioni di italiani che faticano ad arrivare a fine mese. Noi vi raccontiamo le loro storie

Sì: c'è chi per vivere deve frugare tra i rifiuti. Barboni? No. Sono i nuovi "poveri in giacca e cravatta". Fanno parte di quei 14 milioni di italiani che faticano ad arrivare a fine mese. Noi vi raccontiamo le loro storie

Un caffè con Donna Moderna

È  appena scesa la sera sul mercato di viale Papiniano. Il più "in" di Milano. Quello dove ragazze e signore vanno a caccia d'affari: vestiti e scarpe firmate ma a prezzo superscontato. Nella zona riservata a ortolani e pescivendoli, tra le bancarelle che smobilitano, si accumulano come ogni sabato i rifiuti: cassette di arance mezze marce, mazzi di cime di rapa appassite, qualche calamaro che fresco non è più. E tra la spazzatura spuntano i "clienti" del dopo mercato. All'inizio sono solo due vecchine, poi una cinquantenne, un ragazzo, un altro ancora. Dieci, quindici, venti. Alla fine non si contano più.

Frugano, rovistano e portano via. Prima che arrivi il camion della nettezza urbana. Prima che tutto quel ben di un Dio minore sparisca per sempre. È scandaloso, eppure è così: nel 2005, nella città della moda e della finanza, c'è chi il cibo lo cerca tra i rifiuti. E non sono i 4.000 senzatetto che popolano le strade e i dormitori milanesi. No, non sono i soliti "barboni". Sono persone che una casa ce l'hanno e hanno pure uno stipendio o una pensione. Ecco le loro voci e i loro perché.

Di' la tua nel forum

«Con 350 euro al mese e una figlia neolaureata da mantenere che cosa dovrei fare? Dove li trovo i soldi per campare?» dice Laura. «Laura e stop, mica posso finire su un giornale con nome e cognome». Non vuole sbandierare la sua recente povertà questa sessantenne, che racconta: «Ho sempre lavorato come collaboratrice domestica. Anche nelle più importanti famiglie di Milano. Ma due anni fa mi sono rotta un braccio e così mi hanno lasciata a casa. La pensione che prendo me la sono fatta da sola. Con i miei contributi. Mio marito? Se ne è tornato in Sicilia, dove è nato, appena andato in pensione. E così, eccomi qui». Qui a cercare qualcosa di commestibile, in mezzo ad altri disperati. Che non guardano neppure quello che capita fra le mani: prendono e mettono via. «A casa controllerò» dice un uomo dai capelli bianchi. «Magari butto tutto, magari no».

Avvicinare questi mendicanti che mendicanti non sono è difficile. Molti di loro ti urlano dietro, se provi a fare domande. Altri negano l'evidenza. «Tutto quello che ho in queste borse io l'ho comprato» sbotta fintamente indignata una donna sui quarant'anni che, fino a trenta secondi prima, era lì a imbustare ananas e mandarini trovati tra le cassette abbandonate. Poi, furibonda, se ne va, con le sue sporte piene. Non ha l'aria di chi non può permettersi di pagare una spesa. È ben vestita. «Quella è una furba, altroché» sentenzia Rosy, fruttivendola con il dente avvelenato e senza alcuna voglia di dire il suo cognome.

«Di poveracci ne arrivano, ma occhio: c'è gente che la roba potrebbe comprarsela. Invece vengono qui a mettere noi ambulanti nei guai. Vede le cassette? Noi le sistemiamo in ordine, perché ce lo chiede il regolamento dei vigili, e loro, dopo che ce ne siamo andati, ce le sbattono di qua e di là per cercare i rifiuti. Così ci becchiamo le multe». E quelle multe a Rosy non vanno proprio giù.

Di' la tua nel forum

Chi se ne frega della solidarietà. «Guardi là». E indica un tizio che da mezz'ora sta caricando frutta e verdura recuperata tra la spazzatura nel bagagliaio di una Passat (valore dell'auto almeno 25 mila euro, da nuova). «Le sembra uno bisognoso?». Vero, anche lui non ha l'aria del poveraccio. E forse neanche il suo conto in banca è da disperato.

Forse, però. Perché nel pianeta povertà oggi è vietato farsi condizionare dalla prima impressione.

Il nuovissimo rapporto Italia 2005 dell'Eurispes dedica un intero capitolo a I poveri in giacca e cravatta. Dice Gian Maria Fara, il presidente dell'Istituto: «Non è raro che nelle mense o nei centri di ascolto della Caritas si incontrino soggetti "normali": per lo più persone che hanno perso un reddito e un lavoro, magari precario, e si ritrovano in condizioni di estremo disagio. Famiglie che non riescono più a far quadrare i conti, a pagare le bollette, l'affitto, le spese di condominio. Per non parlare della retta scolastica per i figli o della spesa al supermercato o al discount».

Le cifre dell'Eurispes dicono che oltre 4 milioni e 700 mila famiglie italiane (più di una su cinque), vale a dire oltre 14 milioni di persone, devono fare i conti con i soldi che mancano e fanno fatica ad arrivare a fine mese. Anche perché gli stipendi sembrano valere sempre meno. Basti pensare che nel triennio 2001-2004 la perdita del potere d'acquisto è stata del 23,9 per cento per gli impiegati e del 19,5 per cento per i dirigenti.

Di' la tua nel forum

«Questa è la società dei tre terzi» continua Fara. «Un terzo sta all'interno di una zona di sicuro disagio e indigenza economica, un terzo appare assolutamente garantito e la fascia centrale (i ceti medi) vive in una condizione di precarietà e instabilità».

Quelli messi peggio, ovvero quelli che le statistiche definiscono sotto la soglia della povertà, sono ben 7 milioni. «Non si tratta solo di un fenomeno italiano» dice monsignor Giuseppe Pasini, presidente della Fondazione Zancan, un centro di studi che si occupa di problemi sociali. «Ci sono i 50 milioni di poveri dell'Unione europea dei 15 (quindi quella prima dell'allargamento dell'anno scorso) e i 35 milioni degli Stati Uniti. Cifre che contengono un messaggio eloquente: il nostro sistema socio-politico non ha saputo o voluto eliminare, o almeno ridurre, il numero di questi "cittadini incompiuti"».

Ed è qui, tra le cassette abbandonate dei mercati rionali che le storie dei cittadini incompiuti si mettono tristemente in scena. Rajesh Mohur ha 40 anni, è nato in quel paradiso che è l'isola Mauritius, da 17 è in Italia e fa il collaboratore domestico. «Durante la settimana non ho problemi: vivo con la famiglia che mi dà il lavoro.

Di' la tua nel forum

Ma il sabato e la domenica mi devo arrangiare. Se lo stipendio servisse solo per me, andrebbe tutto liscio: non ho figli, non sono sposato» racconta. «Ma devo mandare i soldi a casa, a Mauritius. Sono io a mantenere mia madre, mia sorella separata e i suoi tre figli. Quello che resta non mi basta per vivere a Milano».

Dove tutto è molto caro. «Secondo i nostri calcoli» dichiara Alessandro Miano, segretario del Movimento consumatori «a un single che lavora servono almeno 15.800 euro netti l'anno per vivere dignitosamente in questa città. A una famiglia media con due figli ne occorrono non meno di 37 mila. Senza contare le spese mediche». Spese che possono essere un flagello.

«Mio marito ha avuto un ictus.

Ha bisogno di assistenza continua e mi tocca pagare 30 euro al giorno una persona che mi aiuti» racconta una donna ancora giovane, intenta nella caccia alla frutta avanzata. «Faceva l'artigiano, adesso non abbiamo più nulla. Se non venissi qui al mercato, per cercare di risparmiare...» confessa. E non trova certo conforto nel sapere che non è la sola in queste condizioni drammatiche. Sono oltre 850 mila le famiglie che nel 2004 sono scese sotto la soglia della povertà a causa di spese sanitarie private non previste. Lo dice il rapporto Ceis-Sanità dell'Università Tor Vergata di Roma.

Di' la tua nel forum

Sono quasi le otto di sera, tra i rifiuti ormai non c'è più nulla che valga la pena di portare via. «Bisogna venir presto, non più tardi delle sei, per fare affari» sorride un uomo nel suo bel cappotto blu. Giura di essere solo di passaggio, di avere messo in borsa solo un paio di ananas: «Così, tanto per vedere. Mica faccio queste cose, io!». Ma poi scopri che della faccenda è un vero esperto. Uno storico, addirittura. «Quelli che vengono a prendere le cose tra i rifiuti ci sono sempre stati. Anche 30 anni fa. C'è persino gente che ha uno stipendio, una casa. Non so se ne hanno veramente bisogno. Ultimamente, però, mi sembra che ce ne siano di più. Tanti sono stranieri, e poi italiani poveri. Non sembrano poveri? Oggi basta andare dai preti che ti rivestono come un signore». Già, chissà da dove viene quel suo bel cappotto blu.

Il camion della spazzatura è arrivato. Fra poco cancellerà i segni del mercato e della vergogna. Ma Papiniano, con le sue bancarelle chic, non è il solo posto dove la spesa si fa anche tra i rifiuti. A Milano i mercati rionali sono 95 la settimana. E alla fine di ognuno c'è sempre chi arriva per rimediare qualcosa senza spendere un euro. Via Pascarella, quartiere Quarto Oggiaro. Ovvero la periferia fatta di case popolari con l'intonaco scrostato, qualche zingara che chiede l'elemosina e troppi negozi abbandonati. Ogni martedì, una cinquantina di banchi di frutta, verdura e vestiti si allineano lungo la strada.

I commercianti si lamentano perché la gente spende poco. Qui, la probabilità di ascoltare storie di povertà è altissima. Come quella di Mario Giudici, 80 anni. Per tutti è Marietto. Cammina piano e parla a fatica. Arriva al mercato a mezzogiorno e mezzo (qui si chiude verso l'una), un giaccone sbiadito e un sacchetto grande, e vuoto.

Di' la tua nel forum

Si avvicina a un angolo in cui gli ambulanti hanno lasciato gli avanzi della giornata: arance ammaccate, foglie di insalata avvizzite, qualche limone e alcune patate. Si guarda intorno, controlla che non ci sia nessuno e mette tutto nella sua borsa. Nel tentativo, tenero e vano, di non farsi scoprire. I commercianti lo conoscono bene e non dicono nulla. Anzi, ogni tanto gli regalano qualche avanzo. Dopo la sua spesa particolare Mario si ferma a chiacchierare e trova il coraggio di parlare di sé.

«Ho iniziato a lavorare a 11 anni in una fabbrica fuori Milano. Poi la ditta è fallita. Chi assumeva un quarantenne? Nessuno. Così mi sono adattato a qualche lavoro saltuario. Ora ho la pensione minima. Mi basta a malapena per l'affitto e le bollette. Ho anche rinunciato al telefono, tanto non ho parenti né amici. La spesa da un paio d'anni è un lusso: al supermercato compro solo pane e latte e ogni tanto un po' di carne. E poi ogni martedì vengo qui. Buttano via cose ancora buone». «Sì, sono tempi difficili» commenta Manuela Oldani, 48 anni. Da 30 ha una bancarella di frutta e verdura in queste vie. «È un quartiere abitato soprattutto da anziani. Arrivano con i soldi contati e non spendono mai più di otto-dieci euro alla volta.

Anzi, sono sempre di più quelli che vengono alla fine della mattinata, quando lasciamo a metà prezzo le cassette di ortaggi o il pesce, che non possiamo vendere il giorno dopo». Tra i nuovi poveri c'è anche Celestina. «Ha poco più di 70 anni ed è vedova» racconta la signora Oldani. «Prima la vedevo con il marito, venivano insieme a fare la spesa. Poi è rimasta sola e credo che non riesca più a tirare avanti. L'ho vista frugare tra l'immondizia e tra i nostri rifiuti. Quando le ho chiesto se aveva bisogno di qualcosa si è vergognata ed è scappata via. Da allora le preparo ogni settimana una cassetta con dentro un po' di frutta, verdura e formaggio». Benedetta solidarietà.

Di' la tua nel forum

Un caffè con Donna Moderna

Un caffè con Donna Moderna