Chi sono le donne che giocano d’azzardo

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Anna Spena

Hanno in media 50 anni, sono mogli e madri. Non scommettono per vincere, ma per sfuggire alle difficoltà quotidiane. Spesso finiscono nelle mani degli strozzini, per vergogna non chiedono aiuto. E il peso dei debiti ricade sui figli

Le vedi ai tavoli del Bingo con lo sguardo incollato sulla cartellina. Le senti invocare a bassa voce sempre lo stesso numero davanti allo schermo del Lotto. Le osservi ipnotizzate di fronte alle slot machine, con figli o nipoti che aspettano ai piedi dello sgabello. Le incontri e inconsciamente le giudichi. Perché in Italia è ancora viva la “bugia sull’azzardo”: un vizio concesso agli uomini e stigmatizzato nelle donne. Ma il gioco non è un vizio, è una malattia. E colpisce senza distinzione di sesso con la stessa forza distruttiva.

Sono isolate dalla famiglia

«I giocatori patologici si stima rappresentino dall’1,8 al 6% della popolazione. Le donne sono quasi la metà, anche se nei dati ufficiali risultano essere solo un terzo» spiega Fulvia Prever di Alea, Associazione per lo studio del gioco d’azzardo e dei comportamenti a rischio (www.gambling.it). In una parrocchia di Milano, San Pietro in Sala, la psicologa segue insieme alla collega Monica Minci il progetto Azzardo&Donne dell'associazione Sun(n)Coop, che lavora su un gruppo terapeutico femminile, il primo in Italia (tel. 3319215627, www.sunncoop.it). Che si tratti di Bingo, Lotto o slot, quando dal divertimento si passa all’azzardo la vita delle gambler e delle loro famiglie si spacca. «Diventare una giocatrice per una donna è un problema più grande rispetto a un uomo, perché il suo ruolo sociale è centrale» continua la psicologa. «Lavoro, figli, accudimento degli anziani e dei nipoti ruotano intorno a lei. E quando questo sistema va in crisi la dipendenza investe tutta la famiglia». Oltre alla questione economica (le giocatrici hanno a disposizione meno soldi e si indebitano con amici e finanziarie), le donne faticano a chiedere aiuto. «Tra i gambler che arrivano ai servizi sociali il rapporto è di 1 donna ogni 10 uomini» nota Prever. «Le giocatrici restano isolate, capita che i mariti non vedano neppure la loro dipendenza e, quando se ne accorgono, spesso preferiscono fare finta di niente: l’azzardo è reputato disdicevole, lo vivono come uno stigma sociale».

Cercano di anestetizzare la solitudine

L’ultima Relazione annuale al Parlamento su droga e dipendenze traccia un identikit della gambler italiana: età media 48 anni, ma con primi contatti con l’azzardo già dai 30. Le over 65 sono il 18% e rappresentano il target più preoccupante. Difficile tracciare una mappa geografica o sociale. «Il gioco si può inserire in tutti i momenti di fragilità: difficoltà o malattie familiari, dopo una gravidanza, quando si arriva alla pensione, se si è in crisi col partner, in seguito a un lutto» dice Fulvia Prever. «Il gioco diventa una stampella: è sempre a portata di mano, per iniziare basta 1 euro. A creare la dipendenza è la velocità: lo stimolo-risposta è molto rapido. Ci vogliono 2 secondi per raschiare la patina grigia del Gratta e vinci; ancora meno per vedersi comparire i 3 simboli uguali sulla slot machine». Tutte iniziano con l’obiettivo di estraniarsi dai problemi. «Nessuna vuole vincere per arricchirsi ma per prolungare una situazione di “non-pensiero”. Si cerca di anestetizzarsi dalla solitudine, da quei mariti che nella migliore delle ipotesi non le capiscono e nella peggiore le picchiano».

Come possono guarire

Dal vizio del gioco, però, si può guarire. Nel 2013 l’American psychiatric association l’ha riconosciuto come malattia (Gap- Gioco d’azzardo patologico) e da quest’anno le cure sono state inserite nei nuovi Lea, i livelli essenziali di assistenza. Chi cerca aiuto può rivolgersi ai SerD, i servizi pubblici per le dipendenze, o ai centri privati convenzionati: secondo l’Istituto superiore di sanità, i pazienti presi in carico aumentano del 15-20% l’anno. Si interviene con colloqui individuali o terapie di gruppo. «Luoghi sicuri dove dare voce alla sofferenza e non sentirsi giudicate» conclude la psicologa Fulvia Fever. «Superate vergogna e paura, si ha la forza per iniziare un percorso di uscita dalla dipendenza».

Le storie

Elisa, 57 anni, di Torino

«Ho lasciato 35.000 euro in una sala slot. Era la mia liquidazione» Non tocca una slot machine da 3 settimane, però Elisa è ancora lontana dal definirsi una ex giocatrice: ha perso più di 35.000 euro. «Tutta la mia liquidazione» racconta. «Ho cominciato 4 anni fa, quando l’azienda per cui lavoravo è fallita. Ma non sono mai stata una donna felice: mi sono sposata a 25 anni perché avevo paura di restare sola. Sono arrivati 2 figli che oggi hanno 21 e 27 anni». Il gioco si è intromesso come una sorta di rivalsa. «Mio marito è il classico padre-padrone: decide tutto lui. Un giorno gli ho confessato i miei problemi, ma sapevo che non mi avrebbe aiutata. Ancora oggi mi dice: “Giochi perché ti piace, non hai nessuna malattia”. Mi sono bruciata in poco tempo i risparmi e ho debiti con una finanziaria: in attesa di ricevere la pensione, faccio la badante a 3 anziani con turni massacranti. Negli ultimi anni l’unico mio obiettivo è stato racimolare 5 euro per le slot: mi manca la persona che ero prima, e se ce la farò è grazie a un gruppo di amiche. È a loro che consegno i soldi che guadagno, per gestire la mia situazione economica. Preferisco non coinvolgere i miei figli».

Giovanna, 46 anni, di Perugia

«Ho dovuto ripagare i 200.000 euro persi da mia madre» «Nel 2008 una sera si è presentato mio fratello a casa: “La mamma ha perso 40.000 euro al Lotto. Copriamola noi, teniamo fuori papà». Giovanna è un delle tante “vittime collaterali” dell’azzardo: sua mamma Simona, che oggi ha 70 anni, è un’ex giocatrice patologica. «Dopo altri 6 mesi scopro che il conto in banca era scoperto e che la mamma era finita in mano agli strozzini. Ho detto: “Basta. Adesso andiamo tutti e 4 in terapia”. Avevamo bisogno di qualcuno che ascoltasse anche le nostre lacrime». Al Lotto la madre ha perso 200.000 euro. «Ma io penso che la cifra reale sia il doppio». Giovanna ancora non sa perché la sua mamma ha iniziato a giocare: «La nostra è la classica famiglia italiana media con un’attività che va bene, la casetta di proprietà, la macchina. Il gioco d’azzardo ha distrutto i nostri sogni, io volevo aprire una piccola bottega d’arte ma non sono ancora riuscita a recuperare i soldi che ho prestato per coprire i debiti: quel denaro non lo ha preso mia madre, se l’è rubato l’azzardo».

Un libro per capire

Cosa vuol dire vivere il dramma del gioco d’azzardo in famiglia? Lo psicologo Simone Feder e l’educatrice Anna Polgatti lo raccontano nel libro "No slot" (Giunti): attraverso la storia di 2 giovani fratelli, gli esperti spiegano in modo pratico cos’è questa dipendenza e come si può aiutare un familiare che ne soffre.

I numeri del problema

96 MILIARDI la cifra che si spende in Italia per il gioco d’azzardo: è il 4,4% del Pil. Lo Stato incassa 12 miliardi

48 ANNI l’età media delle giocatrici

17 MILIONI le persone tra i 15 e i 64 anni che hanno giocato almeno una volta denaro

il posto dell’Italia nella classifica mondiale delle perdite pro capite al gioco

1 MILIONE la stima dei ludopatici italiani

400.000 il numero di slot machine in Italia, 1 ogni 150 abitanti

(fonti: Relazione annuale al Parlamento su droga e dipendenze 2015; Ministero dell’Economia; The Economist)

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