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Ci sono bambini che vivono nel limbo

di Lavinia Rittatore
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La loro casa è l'istituto, i loro genitori gli assistenti sociali. Solo in Italia 25 mila i piccoli crescono aspettando invano una mamma e un papà. Una tragedia silenziosache un film e un convegno oggi ci ricordano

La loro casa è l'istituto, i loro genitori gli assistenti sociali. Solo in Italia 25 mila i piccoli crescono aspettando invano una mamma e un papà. Una tragedia silenziosache un film e un convegno oggi ci ricordano

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In Italia li chiamano "i bambini del limbo". Sono quasi 25 mila e vivono lontano dalla famiglia di origine. Perché orfani o abusati o maltrattati. Perché mamma e papà entrano ed escono dalla galera. Perché nemmeno nonni e zii sono in grado di occuparsi di loro. I più fortunati sono dati in adozione o in affido. Gli altri rimangono a contare i giorni e la sofferenza in un istituto. Nel mondo questi piccoli dalla vita sospesa sono diversi milioni e ogni Paese dà loro un nome diverso: in Brasile sono "i bambini fantasma" perché, abbandonati in fasce, non sono mai stati registrati all'anagrafe.

In Moldavia sono "i figli delle firme", perché basta un autografo del genitore a garantire l'esistenza di una buona relazione famigliare, e quindi a impedire l'adozione, anche se il piccolo non riceve la visita di un parente per anni. In Russia sono quasi un milione e quindi sono "i bambini troppi". In Colombia, invece, sono "i bambini mai sognati", perché potrebbero essere adottati ma non ci sono famiglie che li vogliono. Un problema doloroso affrontato in un film appena uscito nelle sale: All the invisible children (Tutti i bambini invisibili), sette episodi firmati da registi come Emir Kusturica, Spike Lee, Ridley Scott. Un tema scottante discusso anche nel convegno nazionale dell'Ai.Bi. (Associazione Amici dei Bambini) che si è tenuto dal 29 al 31 agosto a Bellaria Igea Marina (Rimini).

>>Nessuno li vuole

«Ci sono giudici minorili che negano l'adottabilità ai bambini, nella falsa speranza di poterli reinserire nella famiglia. Si rifiutano di tenere conto che i genitori quei figli non li vogliono proprio» denuncia Marco Griffini, presidente dell'Ai.Bi. Così i bambini crescono negli istituti. «E quando, alla fine, l'adottabilità arriva è troppo tardi» continua Griffini. «Difficilmente una coppia accetta di prendere in casa ragazzini con un passato devastante alle spalle». Conferma Melita Cavallo, ex presidente della Commissione per le adozioni internazionali, 30 anni di attività come giudice minorile: «Ci sono casi che sembrano disperati, come quelli dei bimbi disabili o con gravi disturbi psicologici. Eppure i genitori giusti esistono: io sono riuscita a far adottare un piccolo focomelico lanciando un appello su un giornale».

>>Non hanno un'identità

Ma quali sono i problemi che i bambini cresciuti "nel limbo" devono affrontare? «Oltre a vivere il trauma dell'abbandono, si sentono privi di un'identità certa» spiega Pierangela Peila Castellani, neuropsicologa infantile di Torino. «Non è un caso che quelli dati in adozione, già al primo incontro con i nuovi genitori, si buttino tra le braccia di un papà e una mamma che in quel momento sono solo estranei. Questi  bambini sono alla disperata ricerca di una sicurezza e un affetto che non ricevono negli istituti: per quanto bravi, infatti, gli operatori non possono sostituire una figura fondamentale come quella del genitore». Racconta Carlos Baptista Valda, boliviano, 33 anni: «Io che sono cresciuto in un centro di accoglienza so cos'è l'angoscia. So cosa vuol dire dormire rannicchiati sull'orsacchiotto cercando un calore che non c'è. So cosa si prova sognando una mamma che non viene mai. In istituto c'è sempre qualcuno che ti parla di lei. Che ti dice che si è rifatta una famiglia, ha altri figli. E tu pensi: "È me che rifiuta"».

Carlos non ha mai conosciuto il padre. La madre aveva problemi con l'alcol. «Sono entrato in istituto a 3 anni e ne sono uscito a 18: mi considero sopravvissuto a una catastrofe che avrebbe potuto uccidermi» dice con un sorriso Carlos che oggi è sposato, ha due figli e nella sua Bolivia si occupa dei piccoli abbandonati in una città che si chiama Potosí. «I casi come quello di Carlos sono purtroppo una minoranza» commenta Francesco Tricoli, giudice minorile di Crotone. «Conosco tanti ragazzi che, a un certo punto della loro vita, smettono di sognare una famiglia e incominciano a chiedermi un lavoro. Che al Sud, si sa, è spesso un miraggio. Sono giovani che, raggiunta la maggiore età, escono dall'istituto e non avendo nessuno che si occupa di loro, rischiano di finire preda di spacciatori e criminalità organizzata».

>>Salvarli si può
Eppure, a volte, l'istituto è per un bambino la sola strada percorribile. Spiega Gilda Biffa, assistente sociale del Centro polifunzionale San Domenico Savio di Napoli: «Ci sono piccoli abusati che hanno bisogno di tempo per accettare una nuova famiglia perché non si fidano più degli adulti. Ce ne sono altri a cui bisogna costruire un progetto su misura, come un abito di sartoria: Olimpia ne è l'esempio vivente». Olimpia ha 26 anni, fa la cuoca, è sposata, ha due figlie. «Sono arrivata al San Domenico quando avevo 5 anni. A casa non potevo più stare, mi picchiavano, mi chiamavano Cenerentola. Sono stata affidata a due famiglie diverse, ma non ha funzionato. A 11 anni la soluzione: abitavo in istituto, ogni tanto incontravo il mio vero padre e i miei fratelli, ma i fine settimana e le vacanze le passavo con una mamma e un papà affidatari. Gli operatori mi hanno lasciata libera di scegliere, mi hanno dato fiducia, e io mi sono impegnata a non tradirla. È vero, sono stata fortunata. Ma la mia fortuna non l'ho sprecata». Coraggio bimbi del limbo, facciamo tutti il tifo per voi.

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