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Quando la mamma ha un nuovo compagno

di Ilaria Amato

Spesso si rinuncia a rifarsi una vita per colpa dell’ostilità dei figli. Tre donne ci raccontano come sono riuscite a far accettare il nuovo compagno ai loro ragazzi

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Spesso si rinuncia a rifarsi una vita per colpa dell’ostilità dei figli. Tre donne ci raccontano come sono riuscite a far accettare il nuovo compagno ai loro ragazzi

Qualche giorno fa è arrivata in redazione la mail accorata di una lettrice: «Sono separata da 5 anni e da 2 ho iniziato una relazione. Mio figlio, 12 anni, non accetta il mio nuovo compagno e fa di tutto per farmi perdere le staffe» ha scritto Laura. Anche a distanza di tempo dalla separazione, succede che i ragazzi si impuntino e non permettano di rifarsi una vita. «Per questi bambini adattarsi al fatto che mamma e papà non stessero più insieme ha significato cercare un equilibrio diverso, conquistato a fatica, che ora, con una nuova persona rischia di venir compromesso» spiega Giuditta Pasotto, autrice di Genitori single. Manuale di sopravvivenza per avere una relazione serena con i figli e con l’ex (Giunti) e ideatrice della community per genitori separati Gengle.it. Spesso, mentre la nuova coppia vive un momento magico e cerca di creare una routine piacevole, i figli, soprattutto se adolescenti (come nel caso della nostra lettrice), faticano ad adeguarsi alla realtà e si difendono con comportamenti ostili. Che però possono essere ridimensionati e mitigati come hanno fatto le mamme delle tre storie.

1 su 3: sono le donne che, secondo il portale inglese Gransnet, dopo la separazione, rinunciano a rifarsi una vita a causa dell’ostilità dei figli

Francesca, 48 anni, ha una figlia di 17 anni

«I miei genitori sono divorziati, entrambi risposati e so quanto si soffre quando un nuovo partner viene introdotto senza un minimo di tatto. Io mi sono sentita molto invasa quando è successo a me. È una sensazione forte che mi porto dentro ancora. Per questo con mia figlia di 17 anni sono molto cauta. La prima sera che è venuto Silvano a cena da noi, ero in grande ansia. Lo frequento da un anno e so che rifarmi una vita è mio diritto, ma cerco in ogni modo di non gravare su di lei. Pian piano, con l’esperienza, ho capito che il modo migliore è procedere a piccoli passi, cercando di rispettare i suoi tempi e le sue emozioni: se vedo che un giorno è giù e ha bisogno di me, solo di me, mi dedico a lei, non esco con lui. La ascolto senza tabù: le permetto di dire che è gelosa quando capita, senza colpevolizzarla. E di sicuro, non facciamo i piccioncini davanti a lei: non è una ragazzina e non vogliamo metterla in imbarazzo. Certo, a volte mi sento come un’equilibrista, che deve rimanere in piedi tra due mondi molto molto diversi: un nuovo amore e una figlia. Però quando lei mi dice: “Ma stasera Silvano non viene?” capisco che ho preso la strada giusta».

Circa 1 milione: sono le coppie “ricostruite” nel nostro Paese, ovvero quelle in cui uno dei due partner (o entrambi) hanno alle spalle una separazione. Aumentano anche i “terzi genitori”, cioè gli adulti che convivono con i figli dei propri compagni (dati Istat)

Anna, 46 anni, ha due gemelli di 9 anni

«Da 3 anni frequento Daniele a cui i miei figli sono molto legati oggi. Confesso che avrei voluto farlo entrare gradualmente nella loro vita, ma non ho avuto scelta: il mio nuovo compagno abita in un’altra città, a oltre 300 km da me, e ogni volta che mi viene a trovare deve per forza fermarsi a dormire. I piccoli all’inizio erano molto guardinghi nei suoi confronti. Spesso quando dicevo loro: “Ti voglio bene” mi sentivo ribattere: “Sì, ma ne vuoi anche a lui”. Poi ho iniziato a rispondere: “Lui ha solo un pezzettino del mio cuore, il resto è vostro. Nella nostra famiglia rimarremo sempre io, voi e il papà” mi sono accorta che si tranquillizzavano. “Il papà” è stata la parolina magica: avevano bisogno di essere rassicurati, di sapere che questa persona non avrebbe preso il suo posto. Che le loro radici rimanevano ben solide. Così, stiamo sempre attenti a non sovrapporre le due figure maschili, puntiamo molto sulla loro diversità: se il padre li porta al museo, Daniele li fa giocare a pallone. In ogni caso non riveste mai un ruolo educativo per loro, quello rimane nelle mani di noi genitori. E loro lo sentono».

Laura, 47 anni, ha una figlia di 27 anni

figlia aveva 4 anni e ho incontrato il mio nuovo compagno 7 anni dopo. Con Paola, allora undicenne, avevamo trovato un nostro assetto ben consolidato. Difficile farci stare dentro un’altra persona. Io come mediatrice non ero capace: rischiavo di produrre l’effetto contrario, di costruire situazioni artefatte da famiglia allargata felice in cui eravamo tutti e tre a disagio. Mi sono resa conto che non stava a me costruire a tavolino la loro complicità: doveva nascere da sé. Allora ho fatto un passo indietro: mi sono spostata dalla prima linea e ho lasciato che mia figlia e il mio nuovo compagno fossero liberi di creare un loro rapporto, in modo autonomo. E soprattutto fuori dai cliché: lei non era “la figlia di” e lui non si sentiva “il compagno della mamma”, ma solo due persone che, per una circostanza fortuita, si sono incontrate nella vita. Così, all’inizio, se uscivamo per andare al cinema lasciavo che fossero loro due a mettersi d’accordo per scegliere il film. Con il tempo hanno, poi, scoperto di divertirsi insieme ai fornelli. Li lasciavo fare, anche se poi toccava mettere in ordine la cucina. Ho sempre sostenuto la loro alleanza: ha alimentato il rispetto reciproco. A settembre ci sposiamo: è stata Paola a insistere: “Mamma, è ora” mi ha detto».

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