Come fare pace con il cibo

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di

Marina Biglia

"Perché quella si abbuffa di pastarelle e io ingrasso?". Ti capita mai di pensarlo? Forse hai bisogno di condividere queste riflessioni

Un'opinione di:
Marina Biglia è presidente in carica dell’associazione Amici Obesi Onlus  «Il primo dietologo...

Il cibo è la piu potente gratificazione del mondo. Non serve essere dei geni per capirlo.

Il cibo è il premio per il bimbo bravo, è il rifugio per la valle di lacrime quando il ragazzo ti molla, è il momento di gioia a cena con gli amici. Ma va tutto bene fintanto che non si trasforma in una compulsione, fintanto che non diventa la panacea e l’anestetico per tutti mali e i beni del mondo.

Il cibo può essere culla, ma può trasformarsi anche in un pozzo nero, come è avvenuto nel mio caso.

Perchè la necessità momentanea di gioia, di sollievo, di astensione dal dolore, diventa davvero sempre più continua, più disperata e più pressante.

Mangiare per sedare un pensiero, e poi mangiare per sedare il pensiero di aver mangiato. E cosi via, in un assurdo gioco dell’oca.

Io, da una parte della barricata, e il Dio cibo dall’altra.

La sua privazione, nei periodi di dieta, mi creava solo rabbia e fastidio. “Perchè quella si abbuffa di pastarelle e io ingrasso senza un domani?” era la frase più ricorrente nel mio cervello.

Mi sentivo una destinata, una derelitta, una che ingrassava con l’aria.

Ma, ovviamente, mi mentivo. Adoro cucinare, credo di essere anche portata a farlo, ma la mia cucina era prettamente piemontese: grassa. Come me.

E trasformarla in light era impensabile: light voleva solo dire senza gusto senza colore, senza piacere. No dico, non è follia pensare di sostituire i condimenti con le spezie? O fare una torta senza usare il burro? O limitarsi a scialbe cotture a vapore, ignorando il rumore della frittura in padella? Beh, se parti da questi presupposti, vai poco lontano.

Due/tre giorni di dieta e hai ucciso il vicino che si è avvicinato al pianerottolo con una vaschetta di gelato.

Non funziona. Non ha mai funzionato.

Fino al giorno in cui ho provato ad invertire l’ordine dei fattori. Ho provato a pensare che se non riuscivo a dominare il pensiero del cibo, se non riuscivo a ragionare in termini di supremazia del cervello sullo stomaco, forse potevo tentare di inventarmi un armistizio, una tregua.

Da brava stratega mi sono imposta di non trascurare nulla, di dare importanza al cucinare con tutti gli strumenti che avevo a disposizione, di leggere e provare ogni ricetta mi sembrasse sensata, ma mai affrontare un pasto con un piatto di cibo bollito. Di non ignorare del tutto ciò che più amavo, ma usarlo con avarizia.

Perchè nulla vi e di più triste di un pasto triste: una verduretta scondita e bollita, che ha pure perso il suo colore, accompagnata dalla solita bistecchina grigliata.

La scusa del tempo è davvero una scusa da premio Nobel: falsa come una moneta da 3 euro. Perché il tempo per le cose che davvero contano lo troviamo sempre. Quindi, sfatiamo questo mito: basta raccontarcela.

E da li qualcosa e cambiato: ho iniziato a costruire i miei pranzi e le mie cene. Che erano solo mie, perché chi mangia con te non sempre ha lo stesso bisogno e desiderio. E non sempre vuole adattarsi. E ci sta, anche se ci fa super comodo usarlo come giustificazione.

Ho iniziato a rendermi conto da quante porcherie fosse scandita la mia vita, da quanti inutili spuntini: dalla macchinetta sul binario del treno, al biscotto e cioccolatino col caffe, all’aperitivo e agli indispensabili stuzzichini post cena, che veleggiano fra quanto di più calorico l’industria alimentare sia in grado di prospettarmi.

E ho preso un quadernino, sul quale ho iniziato ad annotare quanto io avessi risparmiato, in termini economici, visto che in termini calorici mi sarei solo depressa, non acquistando e non divorando tutto ciò che avrei voluto fagocitare.

La cosa bella è stata accorgersi che quindici giorni di porcherie evitate si siano trasformate in un paio di scarpe. Mi pare impossibile indossare qualcosa che non ho mangiato. Ma funziona. Ho delle scarpe light.

E quindi perchè non trovare, ognuno nel suo piccolo, degli stratagemmi per andare avanti, per creare oasi di pace, terreni di gioco comuni?

Se il nemico non puoi sconfiggerlo, forse puoi allearti? Si: smettendo di dargli peso. Letteralmente.

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