Come rendere i nostri figli più autonomi?

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Ilaria Amato

Dopo le polemiche sull’obbligo di andare prendere gli studenti fino a 14 anni al termine delle lezioni, si è scatenato il dibattito su quanta indipendenza dare ai ragazzi. Abbiamo chiesto a 4 esperti di proporre soluzioni che mettano d’accordo genitori (spesso iperprotettivi) e prof (spesso disorientati)

La bagarre sul divieto di far tornare a casa da soli i ragazzi di scuola media, in seguito a una sentenza di condanna della Cassazione per un incidente accaduto a uno studente, 15 anni fa, ha riportato l’attenzione su un tema che famiglia e insegnanti continuano a rimpallarsi: l’autonomia in un’età delicata come quella tra gli 11 e i 14 anni. La questione burocratica sembra vicina a una soluzione: un emendamento al Decreto fiscale propone una liberatoria dei genitori per sollevare la scuola da ogni responsabilità. Ma il dibattito, dal punto di vista pedagogico, rimane aperto: a chi spetta rendere indipendenti i nostri figli? Ai docenti, che hanno il compito di istruire ed educare gli studenti, o ai genitori, che devono allentare il controllo sui figli a casa? Quattro esperti rispondono.

Ciò che può fare la famiglia

Chiara Saraceno, sociologa, è autrice di L’equivoco della famiglia (Laterza): «Creiamo una rete “peer to peer” tra i ragazzi, una gara di solidarietà quotidiana tra pari» «L’autonomia è un diritto che va riconosciuto ai nostri figli già a 11 anni, ma è una conquista che non può ricadere solo sulle spalle delle famiglie, soprattutto quelle in cui la madre lavora e non è presente fino a sera. Il mondo di oggi è di certo più insidioso di un tempo, però la soluzione non può essere mettere sotto scorta i ragazzi affiancandoli a un adulto-ombra, che sia un nonno, un genitore, un baby sitter. Piuttosto, sarebbe utile educare i giovani alle loro responsabilità, tra pari. Mi spiego: una volta le famiglie erano numerose e i fratelli più grandi si occupavano dei piccoli, ma questo modello di “autonomia a scalare” si può applicare anche nella società dei figli unici, facendo rete con gli altri genitori. A turno, i ragazzi possono andare a casa dei compagni per cucinare insieme, e poi studiare aiutandosi a vicenda. Da anni ormai nelle scuole si usa con efficacia il modello della “peer-education”, la trasmissione del sapere orizzontale tra coetanei. È a quello che possiamo ispirarci. Perché se c’è una cosa che gli studenti oggi sanno fare bene è condividere».

Matteo Bussola, blogger, autore di Sono puri i loro sogni. Lettera a noi genitori sulla scuola (Einaudi): «Smettiamo di intrometterci nella vita dei figli. Si cresce anche fallendo» «Mia figlia va in prima media, una sera è capitato che fosse troppo stanca per finire i compiti. Per darle una mano ho fatto io l’esercizio al posto suo, ma il giorno dopo “ho” preso 5. Ci sono rimasto davvero male, eppure è stato lì che ho capito una cosa importante sull’autonomia dei ragazzi nello studio: un genitore che si intromette nel patto educativo che ogni giorno si stipula in classe tra alunni e professori è destinato a non ottenere nulla di buono né per sé né tantomeno per i figli. Anche se il rischio è che il loro rendimento scolastico non sia dei migliori, non intromettiamoci, se non vogliamo far venir meno il ruolo fondamentale della scuola: costruire il senso di responsabilità, cioè insegnare che le azioni, svolte senza mamma e papà, hanno delle conseguenze. Accumulando esperienze, positive o negative, si cresce. Andare a scuola non è come essere su Facebook dove vai per fare incetta di “like”. Distacchiamoci da questa logica, in cui noi genitori siamo i primi a cadere, perché la vita è il contrario dei social: le cose più importanti e durature le ottieni dopo parecchi pollici versi».

Ciò che può fare la scuola

Lorenzo Newman, responsabile education di Ashoka Italia. È autore di Paura e Rischio (Castelvecchi): «Cambiamo il rapporto tra docenti e genitori, serve una nuova allenza» «Ho avuto occasione di insegnare per un anno in una scuola media del Bronx, a New York. Una nota di positività emergeva nel degrado: il rispetto nei confronti degli insegnanti. I genitori conoscevano il valore della presenza dei figli a scuola: erano in classe, nonostante i mille problemi. Questo riconoscimento in Italia manca, soprattutto alle medie, il ciclo debole della scuola del nostro Paese: qui ai professori spesso viene richiesto di fare da baby sitter, per gestire una squadra di ragazzini con gli ormoni in subbuglio, e non tutti hanno una formazione specifica per affrontarli. I docenti sono poco motivati, anche economicamente, per questo sono sempre meno inclini ad assumersi responsabilità e rischi. Bisogna cambiare il rapporto tra genitori e insegnanti: gli istituti che funzionano meglio sono quelli in cui tra famiglia e scuola c’è fiducia e collaborazione, non opposizione. Bisogna creare un’alleanza, anche partendo da piccole buone pratiche come la mensa di una scuola media di Mantova: è autogestita da genitori e alunni, così gli studenti non pranzano da soli a casa e socializzano».

Christian Raimo, insegnante, autore di Tutti i banchi sono uguali. La scuola e l’uguaglianza che non c’è (Einaudi): «Usiamo le note di demerito come ultima possibilità» «Vogliamo che i nostri figli siano più responsabili nello studio? Bene, iniziamo allora a farli sentire più capaci. Quella delle medie è un’età in cui i preadolescenti chiedono ai genitori sempre più autonomia in molti aspetti della vita, dalle prime uscite con gli amici al prendere l’autobus da soli: permettiamo ai ragazzi di conquistare questa maturità anche a scuola. Dando loro voce in capitolo, non calando ogni decisione dall’alto con il classico sistema di punizioni. Il brutto voto, il rimprovero sul diario sono solo un modo per avvisare il genitore che qualcosa in classe non sta funzionando, ma non servono all’alunno a costruire dentro di sé un senso di autodisciplina. Usiamo le note come ultima possibilità, soprattutto in prima media quando per un bambino può essere mortificante riceverle. Ci sono studenti che dimenticano regolarmente i quaderni, che non studiano? Il professore, che è prima di tutto un educatore e non un controllore, deve trasformare le questioni spinose in occasioni di crescita. E provare a elaborare con i ragazzi delle regole condivise che possano aiutarli a prendersi meglio la responsabilità dei loro comportamenti».

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