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Contro l’intolleranza, impariamo a dare pallonate

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Sono preoccupata, perché avverto intorno a me una specie di apatia paralizzante. Quasi fossimo anestetizzati, non riusciamo più a reagire di fronte a queste ingiustizie che avvelenano il vivere quotidiano. Eppure non sarebbe così difficile. Vi racconto un episodio...

Sono preoccupata, perché avverto intorno a me una specie di apatia paralizzante. Quasi fossimo anestetizzati, non riusciamo più a reagire di fronte a queste ingiustizie che avvelenano il vivere quotidiano. Eppure non sarebbe così difficile. Vi racconto un episodio...

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Ormai leggere le cronache dei giornali è quasi diventato un incubo. La notiziola di stamattina, un trafiletto di poche righe, riporta la scritta appesa davanti a un bar:"Vietato l'ingresso a extracomunitari, negri e delinquenti", frase agghiacciante che inevitabilmente evoca un passato cupissimo. Ma anche questa notiziola, temo, sparirà in fretta, dal giornale e dalle nostre coscienze, come tutte le altre che l'hanno preceduta nell'ultimo mese.

Chi si ricorda più, per esempio, della maestra che alla madre adottiva di un alunno ha detto: «Riporti suo figlio nella jungla»? O della ragazzina marocchina picchiata dalle compagne di scuola perché in autobus aveva osato sedersi in un posto che, sostenevano, era riservato ai bianchi?

Ora, mettiamo pure che ogni caso è a sé (come si affrettano a spiegare molti politici per negare che esista un razzismo strisciante); che magari la maestra si era lanciata in una inaudita spiritosaggine; che le compagne volessero far pagare alla ragazzina, che so?, la sua bellezza, ma la considerazione è un'altra: tutti i protagonisti di questi episodi non hanno avuto nessun freno a scrivere cartelli, a pronunciare frasi, persino a picchiare perché il clima umano e sociale è un misto di indifferenza-indulgenza-sottovalutazione. Non sono una sociologa, però so che il clima umano e sociale siamo noi, nessuno escluso.

Sono preoccupata, perché avverto intorno a me una specie di apatia paralizzante. Quasi fossimo anestetizzati, non riusciamo più a reagire di fronte a queste ingiustizie che avvelenano il vivere quotidiano. Eppure non sarebbe così difficile. Vi racconto un episodio.

«Torna al tuo paese!», urla l'uomo con i pugni chiusi, infastidito da dieci piccoli compagni di scuola che giocano a pallone, ovviamente rumorosi e ridanciani. Ma di quel rumore l'uomo urlante e minaccioso ha subito trovato il colpevole, gli è bastata un'occhiata per capire che non può essere che lui, l'unico bambino con la pelle ambrata e gli occhi dolcemente allungati. È un attimo: Sebastiano, il portiere, con una mossa inaspettata da campione tira una pallonata verso l'uomo accompagnata da un: «Lui è mio amico!» che blocca quello squallido personaggio.

Io credo che dobbiamo tutti cominciare a tirare pallonate. Ma come? Prima di tutto evitando di generalizzare: non ci sono le categorie degli extracomunitari, dei neri, dei rom... ma quell'extracomunitario, quel nero, quel rom. Una semplice verità che può essere un deterrente per gli amanti del "tutti gli albanesi sono così" (sono diventata antipaticissima a un amico sostenitore di questo pregiudizio).

E poi, ricordando un'altra semplice verità. "Non è necessario amare gli stranieri, ma bisogna rispettarli". L'ha detto lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun: io ci credo.

 

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