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Sabato 28 novembre: a Milano un convegno per combattere la violenza

di Silvia Calvi
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Tragedie familiari, femminicidi, violenze. Per andare oltre l'emozione (e l'indignazione) delle notizie di cronaca il Cpp - Centro psicopedagogico per l'educazione - ha svolto una lunga ricerca sul tema. I risultati verranno presentati nel corso di un convegno che si terrà il 28 novembre a Milano

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Tragedie familiari, femminicidi, violenze. Per andare oltre l'emozione (e l'indignazione) delle notizie di cronaca il Cpp - Centro psicopedagogico per l'educazione - ha svolto una lunga ricerca sul tema. I risultati verranno presentati nel corso di un convegno che si terrà il 28 novembre a Milano

Casi di cronaca come quello di Ancona, in cui due fidanzatini hanno sparato contro i genitori di lei (uccidendo la madre e ferendo il padre), 14 anni dopo il tragico delitto di Erika e Omar a Novi Ligure, non possono che lasciare atterriti. La sola idea che un adolescente possa uccidere i genitori ci sembra una mostruosità contro natura.

E che dire degli uomini che picchiano e ammazzano le loro compagne o ex fidanzate? Oggi, nella giornata mondiale contro la violenza alle donne appelli e proposte di legge si accavallano, mentre - dall'inizio dell'anno - i femminicidi commessi sono già 154.

Per andare oltre l'emozione (e l'indignazione) di simili notizie, lo staff del Cpp (Centro psicopedagogico per l'educazione) ha svolto una lunga ricerca sul tema. Sabato 28 novembre ne presenterà i risultati alla platea dell'Auditorium Rosetum di Milano (per iscrizioni e informazioni, tel. 0523.498594). A presiedere l'incontro, con il presidente Daniele Novara e lo staff del Cpp, Silvia Vegetti Finzi, Anna Oliverio Ferraris e il criminologo Adolfo Ceretti.

La conclusione più sorprendente? Alla base della violenza c'è una carenza conflittuale. Di cosa si tratta? "Di un deficit nella formazione di un individuo che lo rende totalmente fragile di fronte alle possibili criticità, portandolo a reazioni violente verso sé stesso o verso gli altri" spiega Daniele Novara, conduttore della ricerca. "Nella nostra ricerca appare poi chiaro che la carenza conflittuale conduce soprattutto ad atti di autolesionismo, come confermano i dati ufficiali del 2014 sui suicidi, otto volte superiori agli omicidi. In altre parole, in chi ha una grave carenza conflittuale basta molto poco, anche un accenno di contrarietà per reagire in modo sproporzionato ma in linea con le sue fragilità e la sua incompetenza emotiva".

La conclusione, insomma, è che le persone incapaci di reggere le conflittualità sono quelle più esposte a rischio di violenza verso gli altri o verso se stessi.

Un tema importante e di grande attualità, dunque, da affrontare per costruire un futuro con sempre meno violenza. "Certo, come pedagogista credo che la priorità sia una buona educazione infantile, specialmente un'educazione che non escluda nella crescita dei bambini il valore del contrasto, del litigio come opportunità di imparare a stare con gli altri anche quando ci sono dissidi, diverbi e contrarietà" conclude Daniele Novara. "Ma anche in adolescenza, se non nell'età adulta, si possono attivare dei processi reversibili che portino a imparare come vivere una conflittualità sana, capace di ascolto profondo di sé stessi e degli altri".

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