Se tutti parlano del corpo femminile

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di

Annalisa Monfreda

No alle pubblicità con i corpi femminili perfetti. No al make-up. Epperò sì alle minigonne. E sì a liberare il volto e i capelli dal giogo del velo. Le campagne che hanno come oggetto il corpo delle donne si moltiplicano e sembrano contraddirsi l'un l'altra. Da che parte deve stare una femminista contemporanea?

Un'opinione di:
Direttrice di Donna Moderna e Starbene, moglie di un sociologo prestato alla consulenza digitale e...

Il corpo delle donne non è mai stato così discusso. Sono cresciuta in tempi in cui lo si usava e basta. E confesso che i dibattiti attorno alla lunghezza di una gonna o alla volgarità di un’immagine pubblicitaria mi provocano un piacevole stupore.

In tutto questo parlare, però, fatico a individuare un pensiero coerente.

Alle vicine di casa e alle mamme dei compagni di scuola, di religione islamica, che indossano velo e abiti lunghi fino ai piedi, vorremmo dire di scoprirsi, di mostrare i capelli, le braccia, le gambe. Ché la pelle non è peccato, ma una parte di noi.

Alle ragazze molestate o violentate, che si sentono ripetere: “Te la sei cercata, andando in giro vestita così”, vorremmo urlare che no, non c’è minigonna che possa giustificare l’aggressione di un uomo, e che una donna ha diritto di vestire come preferisce, a ogni ora del giorno.

Poi, però, c’è l’uso sessista del corpo femminile nella pubblicità o nella televisione commerciale. E quindi: bravo Sadiq Khan, sindaco di Londra, che vieti i cartelloni di corpi statuari sui mezzi pubblici. E brava Alicia Keys, diva della musica, che con la campagna #nomakeup liberi noi donne dalla schiavitù del trucco.

Ora, però, sono confusa. Mi riconosco in tutte le ragioni di queste battaglie. Ma se le compongo per costruire il puzzle di cosa voglio insegnare alle mie figlie, il risultato non mi piace. Mi sembra di aver tracciato un corridoio stretto tra il diritto di mostrare il corpo e il dovere di non farlo troppo. Un crinale tra due burroni, dove muoversi a piccoli passi, con ancora meno libertà di quella che ho avuto io.

E invece, se c’è una cosa che vorrei per le prossime generazioni, è la libertà di scegliere per se stesse e per il proprio corpo. Quella libertà che perdiamo quando i mass media trasmettono un’immagine stereotipata della donna. Ma che non riconquistiamo facendo nuovi distinguo, lanciando nuove crociate.

Ecco perché alle campagne “contro” io preferisco l’educazione “pro”.

Non è censurando la scelta di un altro che si afferma il proprio diritto a essere diverso. Ad Alicia Keys, per esempio, sarebbe bastato non truccarsi per lanciare il suo messaggio. Senza bisogno di un hashtag e di una campagna che facesse sentire sbagliata chi, con il make up, ha un rapporto sano e sereno.

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