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Cosa si aspetta a togliere le barriere architettoniche?

di Stefano Cardini
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Per milioni di disabili anche uno scalino è un ostacolo insormontabile. Andare in posta, in autobus, per strada, spesso sono miraggi irraggiungibili. Perché nessuno rende accessibili questi luoghi. Le leggi ci sono. Ma pochi le applicano. Inchiesta su uno scandalo italiano

Per milioni di disabili anche uno scalino è un ostacolo insormontabile. Andare in posta, in autobus, per strada, spesso sono miraggi irraggiungibili. Perché nessuno rende accessibili questi luoghi. Le leggi ci sono. Ma pochi le applicano. Inchiesta su uno scandalo italiano

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È accaduto a Milano, lo scorso 8 ottobre. Ornella Gioffi, 48 anni, da anni inchiodata su una sedia a rotelle, non ne poteva più. Del pavé che le ha distrutto la carrozzina, dei posti macchina riservati ai disabili occupati abusivamente, delle gimkane tra le automobili parcheggiate. E così, dalla sua casa popolare nella periferia, ha scritto al giornale inglese Daily Mirror, dichiarandosi disposta a trasferirsi a Londra, o in qualunque altra città del mondo senza quelle barriere architettoniche che hanno fatto della sua vita, e di quella di oltre 2 milioni e mezzo di disabili italiani, un calvario.

Un grido disperato. Ma non è isolato. Nelle stesse ore in cui Ornella chiedeva “asilo” al direttore del Mirror, noi di Donna Moderna stavamo spingendo per le strade di Milano la carrozzina di Alessio Tavecchio (lo vedete nelle foto di questo servizio).

Alessio, 34 anni, è un ragazzo tenace e coraggioso: da dieci è costretto su una sedia a rotelle, ma non si è perso d’animo. Non solo è riuscito a partecipare alle finali di nuoto delle Paraolimpiadi di Atlanta ’96: ha creato una fondazione (www.alessio.org), che porta il suo nome, per assistere i portatori di handicap e raccogliere fondi per costruire un centro sportivo per disabili.

Come costringere le amministrazioni a rispettare la legge? Come trasformare l'Italia in un Paese vivibile anche per i disabili? Di' la tua nel forum

Pochi giorni prima gli avevamo chiesto di farci da guida tra le barriere milanesi, dopo esserci accorti che il Fiaba Day 2005, la terza edizione della giornata nazionale per l’abbattimento delle barriere architettoniche celebrata il 3 ottobre, si era svolto nell’indifferenza generale.

Anche un’altra ragione, però, ci aveva spinto a esplorare la “giungla” urbana di Alessio e di tanti altri disabili. Negli ultimi mesi abbiamo ricevuto moltissime lettere di denuncia di barriere architettoniche. Sono arrivate in redazione dopo la pubblicazione, lo scorso luglio, di un editoriale del nostro direttore dal titolo eloquente: Sogno una città senza gradini. In quelle lettere c’era la stessa miscela di rabbia e sfiducia che ha spinto Ornella a scrivere il suo appello.

E la denuncia dell’accanimento con cui tutti noi, amministratori, progettisti e cittadini qualunque, continuiamo a ignorare quella legge (la numero 13 del 1989) che da tempo avrebbe dovuto trasformare l’Italia in un Paese vivibile anche per i disabili. Mentre non è così. Accanto ai cattivi esempi d’inosservanza delle norme, chi ci ha scritto ha denunciato l’ipocrisia di tanti interventi di abbattimento “formale” delle barriere, che non risolvono i problemi e talvolta rendono le nostre città ancora più ostili, irte di ostacoli.

La prigionia di un disabile, infatti, inizia già a casa sua. In Italia soltanto il 22 per cento dei palazzi ha un ascensore accessibile a tutti, e solo un condominio su dieci ha rampe o scivoli di accesso per i piani alti. «Significa condannare alla reclusione quel 5 per cento di italiani per i quali una scala è un ostacolo insormontabile»; spiega Lucia Passaranti del Fondo Italiano per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Eppure la legge prevede che le parti comuni delle nuove costruzioni siano accessibili. E le Regioni dispongono di fondi per rimuovere le barriere negli edifici privati.

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«L’intervento, però, deve essere approvato dall’assemblea di condominio» dice Passaranti. «E se la maggioranza non vuole contribuire alla spesa, il disabile deve anticiparla da solo. Pochi lo fanno, anche perché il rimborso delle Regioni a volte arriva a distanza di anni. Per di più, oltre i 2.500 euro, copre soltanto una piccola parte delle spese». I soldi scarseggiano, quindi. E l’indifferenza di certi vicini fa il resto. Ma quando si esce di casa, all’egoismo si aggiunge l’accanimento della burocrazia. Walter Turrin è un milanese di 58 anni. Una tetraparesi spastica lo obbliga a muoversi in carrozzina. Quest’estate ha scoperto di non poter più andare a lavorare in autobus.

«Nonostante la carrozzina di Walter abbia ruote autobloccanti e una propria cintura di sicurezza, l’Azienda dei trasporti pretende che si metta la cintura di sicurezza prevista per i disabili sugli autobus» racconta Giovanni Merlo, direttore della Lega diritti persone con disabilità.

«Un’operazione impossibile per chi ha le mani semiparalizzate». Risultato: niente autobus, per Walter. Lo dice il regolamento. Che sceglie chi può muoversi e chi no. E anche, talvolta, chi può volare. Ileana Argentin è consigliere comunale a Roma. Per colpa della distrofia muscolare può stare seduta soltanto sulla propria carrozzina, oppure sdraiata. Altrimenti soffre dolori atroci. Lo scorso settembre, a Fiumicino, le compagnie aeree non l’hanno imbarcata. «Per ragioni di sicurezza, mi hanno vietato di viaggiare in carrozzina o con lo schienale reclinato. Mi hanno proposto di volare in barella, assistita dalla Croce Rossa, pagando un prezzo pari a cinque biglietti.

Ho rifiutato e sono rimasta a terra».
Nei giorni scorsi il Parlamento europeo ha approvato una norma che dovrebbe dispensarla dal pagare cinque biglietti. «Ma resta l’obbligo di viaggiare in barella “scortati” da medici e infermieri. Eppure una carrozzina non è più difficile da ancorare di una lettiga».

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Le storie di Walter e Ileana non sono casi “particolari”. Il loro calvario è vissuto da centinaia di migliaia di persone. In base all’ultimo rapporto del movimento Cittadinanza attiva sulle barriere architettoniche, che ha monitorato 67 città italiane, il 70 per cento degli uffici postali e delle banche e il 50 per cento dei cinema e dei teatri non ha né un bagno accessibile né un percorso sensoriale per ipovedenti e non vedenti. Un bancomat su due  non è alla portata di una persona in carrozzina, e quasi nessuno a un non vedente.

«Eppure la legge impone che queste strutture siano pienamente accessibili» sbotta Daniela Mondatore, che ha seguito la ricerca. I controlli, invece, sono inesistenti o approssimativi. E le amministrazioni sono le prime fuori norma. «Su un marciapiede ogni tre mancano gli scivoli» continua Montadore. «E le scalinate d’accesso sono insormontabili nel 38 per cento degli edifici pubblici e nel 23 per cento delle scuole». Il problema, spiega Pietro Barbieri, presidente della Federazione italiana per il superamento dell’handicap, è a monte. «La legge dell’89 prevedeva l’obbligo da parte di tutti i Comuni di fare un censimento delle barriere architettoniche della città. E la stesura di un piano di “bonifica”. Ma nessuno l’ha fatto. Si pensa che  la questione tocchi soltanto i disabili. Quindi non è una priorità. E così si interviene in modo sporadico e approssimativo». Gia, le barriere architettoniche sono considerate il problema di una minoranza sfortunata.

Ci accorgiamo di questi ostacoli soltanto quando ci rompiamo una gamba, si ammala il nonno o spingiamo il bimbo sul passeggino. Forse proprio per questa “barriera culturale”, che rende il problema poco sentito, in Italia quando s’interviene il risultato lascia spesso a desiderare. E trionfa l’ipocrisia. Le grandi città hanno una quota di autobus accessibili che va dal 25 (Napoli) a ben oltre il 50 per cento (Milano e Roma), e buona parte dei metrò hanno i montascale.

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Ma i disabili che li usano sono una minoranza, perché le soluzioni adottate non sono idonee. E la manutenzione scarsa. «I montascale nei metrò una volta su due funzionano male o per niente» dice Giulio Colombo, presidente dell’Associazione Paraplegici Lombardia. «Ma anche quando sono efficienti, ci costringono a “prenotare” un viaggio che, solo per scendere e salire le scale, ti ruba trenta minuti».

L’alternativa sono gli ascensori. «Ma se ne installano pochi, e spesso sono guasti. Come molte pedane mobili degli autobus». Neppure quando scendi dall’autobus o risali in superficie hai la certezza di muoverti liberamente. «Soltanto un marciapiede su dieci è davvero accessibile» dice Daniela Mondatore. «Negli altri casi il disabile rischia il ribaltamento, a causa della pendenza degli scivoli, o di gradini a fine scivolo, alti anche dieci centimetri». Il problema non è solo delle metropoli. Lamezia Terme, Gradisca d’Isonzo, Chieti sono solo alcune delle cittadine nelle quali le “bonifiche” stradali hanno scatenato la reazione delle associazioni dei disabili. «A Oristano abbiamo inviato una lettera al sindaco per denunciare che gli scivoli, quasi tutti fuori norma, non hanno la segnaletica sensoriale per i non vedenti, costretti a “indovinare” dove finisce lo scivolo e inizia la strada» dice Giulio Nardone, presidente dell’Associazione disabili visivi.

Paradossi che sarebbero quasi comici, se non fossero drammatici. Come quello della prima piscina “accessibile” bolognese, che nei bagni per i disabili aveva installato dei lavandini a pedale! Rimossi, per fortuna, dopo la denuncia dell’Associazione italiana assistenza spastici (Aias). Ma come è possibile che accada tutto questo? Giuseppe Del Zanna è uno degli architetti di Hb Group, uno studio che ha fatto della lotta alle barriere architettoniche una bandiera: «Architetti, ingegneri, geometri, amministratori si chiedono se la strada o l’edificio è a norma, senza sapersi calare nei panni di chi lo deve usare. D’altronde, né la scuola superiore né l’università lo insegnano. E il collaudo non viene mai fatto dai primi interessati: i disabili».

Qualcosa, tuttavia, anche da noi si muove. Benché gli ostacoli siano tolti anzitutto a chi usa i servizi più costosi.

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«Fino a cinque anni fa per un paraplegico prendere un treno era impossibile» racconta Pietro Barbieri del Fish, la Federazione italiana superamento handicap. «Oggi le grandi stazioni sono a portata di tutti. E lo stesso si può dire per Eurostar e treni che collegano agli aeroporti. Ma questa conquista di civiltà non esiste sulle tratte locali, più economiche, e nelle stazioni secondarie». In un mare di barriere, quindi, esistono isole felici. Alcune di queste, per fortuna, oltre che funzionali sanno anche essere “solidali”. Un esempio è la Casa alla Fontana, un edificio ristrutturato e appena inaugurato a Milano. «Ci abiteranno cinque ragazzi disabili, giovani coppie e studenti universitari» spiega Umberto Zandrini della Fondazione Idea Vita, promotrice del progetto. «Miniascensori, rampe e porte accessibili consentiranno a tutti di muoversi e di incontrarsi negli ambienti comuni». Utopia? Non proprio.

L’allergia alle barriere sta contagiando anche i supermercati. A Gavorrano, in provincia di Grosseto, lo scorso giugno hanno aperto il primo supermarket senza barriere in Italia. Appartiene alla Coop. Percorsi sensoriali e protetti  permettono di muoversi in sicurezza. Mentre grandi cartelli e insegne, scritte anche in braille, permettono ai non vedenti di fare la spesa. Piccoli esempi, che ancora non fanno una città  aperta a tutti. Una speranza, però, viene da Ferrara. Qui, dieci anni fa, amministratori, associazioni, ricercatori universitari hanno lanciato il progetto Città Ideale, che ha fatto dell’abbattimento delle barriere il filo conduttore per ridisegnare la città.

Oggi un disabile può muoversi in centro su piste ciclabili, noleggiando speciali scooter a quattro ruote. O usare gli autobus, accessibili al 90 per cento, entrare negli uffici pubblici e visitare i musei senza difficoltà. «C’è ancora molto da fare» dice Roberto Cassoli, responsabile del progetto. «Ma se gli ostacoli da abbattere sono tanti, una cosa almeno l’abbiamo dimostrata: una città senza barriere è più vivibile per tutti. Non solo per i disabili».

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