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Dio e la natura ci hanno punito?

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Pensando al maremoto che ha devastato il sud est asiatico, non solo proviamo un enorme dolore. Siamo anche assaliti dal senso di colpa. E ci chiediamo se catastrofi del genere siano un castigo per i nostrierrori. Ecco i pareri di un cardinale, uno psichiatra, una giornalista e un filosofo

Pensando al maremoto che ha devastato il sud est asiatico, non solo proviamo un enorme dolore. Siamo anche assaliti dal senso di colpa. E ci chiediamo se catastrofi del genere siano un castigo per i nostrierrori. Ecco i pareri di un cardinale, uno psichiatra, una giornalista e un filosofo

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>>No, il Signore è sempre con noi

Ersilio Tonini arcivescovo emerito di Ravenna

«Gesù ci ha insegnato che Dio ci perdona o ci punisce non

sulla Terra, ma nella vita che ci attende dopo la morte.

Se questo è sempre vero, lo è a maggior ragione

di fronte alla sciagura che ha flagellato il sud est asiatico. Lo tsunami dello scorso 26 dicembre ha

travolto centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, colpendo con la sua furia cieca i giusti

e gli ingiusti, i deboli e i forti. Per quanti peccati l'umanità abbia commesso,

il Dio misericordioso del cristianesimo non può averla punita così. Anzi,

di fronte a certe tragedie, non ci ha abbandonato.

Come ha detto il

Papa in occasione del primo Angelus del nuovo anno, oggi nostro Signore ci è vicino più che mai. Lo scorgiamo negli occhi disperati di coloro che stanno soffrendo. Ma

anche nelle centinaia di migliaia di mani tese che da

ogni parte del mondo stanno giungendo in loro soccorso. Certo, il dolore per la perdita di tante vite è tremendo. Ma questa catastrofe può trasformarsi in un'opportunità morale per tutti noi. Abbattendo con la stessa violenza la capanna del contadino asiatico e il bungalow del turista occidentale, lo tsunami ha ricordato che un

unico destino ci accomuna tutti in quanto esseri umani. E che attorno ai paradisi artificiali dei villaggi vacanze

si accalca un'umanità dolente di cui troppo spesso ignoriamo, o fingiamo d'ignorare, l'esistenza. Forse è per questo che in molti è affiorata una sorta di senso

di colpa. Come se il maremoto ci avesse risparmiati,

ma soltanto a patto di mettere a nudo la nostra anima».

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>>No, ma siamo diventati arroganti

Raffaele Morelli psichiatra e direttore di Riza Psicosomatica

«Nessuno avrebbe potuto evitare il cataclisma naturale che ha colpito il sud est asiatico. Quindi non c'è

alcun motivo apparente per cui dovremmo sentirci in colpa. Se questo accade, è il frutto del nostro

sfrenato individualismo di occidentali, convinti di essere sempre e comunque artefici del nostro destino

e di quello altrui. Siamo abituati a ricondurre a noi stessi tutto quello che succede, tanto da perdere il senso

della misura. Così, per la stessa ragione che ci porta a colpevolizzarci per qualche chilo in più e a drammatizzare

un insuccesso in amore o sul

lavoro, valutiamo eventi di gigantesche proporzioni sul metro dei nostri problemi quotidiani.

Illudendoci che tutto è o può essere sotto il nostro controllo. Dietro

a questo senso di colpa, però, si nasconde anche altro. Lo tsunami ci ha improvvisamente ricordato quello

che le religioni antiche e orientali hanno sempre saputo:  noi non siamo altro che lo specchio, il frammento dell'evoluzione del cosmo. E l'energia che ci tiene

in vita è la stessa che, sprigionandosi nei terremoti, negli uragani, nelle inondazioni, può fare migliaia

di vittime. Da questa lezione fondamentale la civiltà occidentale si è allontanata. Il maremoto ha travolto

gli uomini e gli animali domestici, ma non le bestie selvatiche, ancora interamente immerse nel ciclo

della natura. Il palpitare del cosmo, invece, per noi è

ormai un'eco lontana, che non udiamo più. E di questo, seppure in maniera inconscia, ci sentiamo colpevoli».

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>>Sì, siamo stati troppo egoisti

Stella Pende giornalista inviata in Sri Lanka

«Nella città

di Galle, spazzata via dal maremoto, ho visto la prova generale della fine del mondo. Lo tsunami è diverso dalle altre catastrofi che abbiamo ingoiato con indifferenza: l'Africa mangiata dall'Aids, la tragedia del Darfur, perfino la guerra in Iraq ci sembravano troppo lontane. Qui nel sud est asiatico l'oceano ha travolto nella stessa onda i poveri pescatori e i ricchi turisti. Incredula davanti a tanto dolore, ho pensato che, forse, è stata una vendetta della natura. Un avvertimento per farci scoprire che nel 2005 intere famiglie possono ancora dormire e morire dentro capanne di fango. Finora quelle casupole sulla spiaggia ci sembravano più ecologiche, più esotiche. Oggi sappiamo che molti tra quelli che vivevano in case di cemento sono salvi.

Invece chi stava sotto un tetto di paglia non ha avuto scampo. Ho incontrato un uomo che piangeva la sua famiglia. La grande onda gli ha portato via anche il triciclo con cui il fratello morto accompagnava i turisti e manteneva otto persone. "Quanto serve per ricomprarlo?" ho chiesto. Ha risposto: "Signora, tantissimo: 70 dollari". Quello che in Italia spendiamo per un paio di scarpe. Allora ho capito che davvero questa apocalisse del mare ha voluto darci un segno. Basta pensare solo a noi. Basta non accorgersi che l'80 per cento del mondo, dallo

Sri Lanka al Brasile, non ha da mangiare per i propri bambini, mentre c'è chi si lamenta che un diluvio universale gli ha rovinato le vacanze alle Maldive. Sono 160 mila le vittime della tragedia. Non dimentichiamole. Altrimenti lo tsunami finirà per travolgere anche noi».

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>>No, però siamo responsabili

Giulio Giorello docente di filosofia all'Università di Milano

«Parlare di punizione di fronte a un evento naturale

come il maremoto nel sud est asiatico significa essere convinti dell'esistenza di un Dio crudele e vendicativo, nel quale io personalmente non credo. Oppure, se si è laici, attribuire alla natura una volontà che quest'ultima non ha. Ma se il termine "punizione" è antiquato, la parola "responsabilità" è quanto mai attuale. Lo tsunami è stato provocato da uno spostamento dei continenti tutt'altro che insolito. Non ce ne saremmo quasi accorti se quelle terre non fossero state popolate da milioni di persone. Per quanto ne sappiamo, poi, il terremoto e

il successivo maremoto non sono

dipesi da ragioni imputabili all'uomo e non potevano essere evitati.

Questo

non vuol dire che non abbiamo nulla da rimproverarci.

O che non si potesse fare niente per contenere la

tragedia. Getta nello sconcerto la scoperta che i Paesi

di quell'area, da sempre soggetta a cataclismi, non possiedano un sistema unificato di allarme antisismico

o un piano di evacuazione in caso di emergenza. Di

fronte ad aree densamente popolate, sembrerebbe una precauzione elementare. L'Onu ha stimato in dieci

anni il tempo necessario agli Stati colpiti per risollevarsi dalla catastrofe. Al resto della comunità internazionale ne sarebbero bastati molti meno per aiutarli a

rendere le loro coste più sicure. Non avrebbe evitato

la tragedia. Ma almeno avrebbe ridotto di molte migliaia il numero delle vittime. E di questo ognuno di noi deve sentire una parte di responsabilità».

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