Fabia Timaco: come ho superato la disabilità

Credits: Chiara MIrelli per Mondadori Portfolio
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di

Mariella Boerci

È nata senza il braccio destro, ma non ha mai rinunciato a fare ciò che voleva: studiare, viaggiare, abitare da sola. Adesso, a 23 anni, sta lavorando alla realizzazione di protesi low cost su misura. Per lei e tutte le persone come lei

Da piccola le dicevano tutti che era speciale e lei non capiva il perché. «Andavo a scuola come gli altri bambini, giocavo come loro, ridevo come loro. Non ero per niente diversa, se non guardavi quello che mi mancava: il braccio destro. A metà». Vero: Fabia Timaco, nata focomelica nel 1993 a Lendinara (Rovigo), ha occhi e sorrisi che cancellano ogni diversità. Il quotidiano La Repubblica l’ha inserita tra i 20 “magnifici 20enni” italiani che cambieranno il mondo: «Una domenica mi sono ritrovata la mia faccia sul giornale e anche quella volta, lì per lì, non ho capito il perché». Come da piccola. Il perché si chiama Fable (Fingers activated by low cost electronics) ed è una protesi mioelettrica stampata in 3D che un team di bioingegneri e designer della OBM Initiative (vedi il box nella pagina a fianco) sta realizzando su misura per Fabia e per tutte le persone come lei. E questa 23enne che si paga l’università facendo la storyteller (si è diplomata alla Scuola Holden di Torino in Storytelling & performing arts) ha deciso di raccontare online il connubio con la tecnologia. Obiettivo: condividere le sue emozioni e, soprattutto, diffondere la conoscenza delle possibilità della stampa in 3D anche a chi non ha competenze tecniche. «Quando ho iniziato a narrare di Fable sul sito Che Futuro! non immaginavo tutto l’interesse che avrei suscitato: giornali, eventi, riconoscimenti… E poi i contatti, gli amici dall’altra parte del mondo. A volte è complicato stare dietro a tutto, ci vogliono tempo e pazienza e io, ogni tanto, non ce l’ho».

Tempo forse no, ma determinazione molta. Sì, se ho un obiettivo vado fino in fondo, non lascio mai un progetto a metà. Mi viene naturale fin da piccola. Sarà perché sono nata così, e questo fa la differenza rispetto a chi perde un arto da adulto, o perché i miei genitori mi hanno spronata all’indipendenza. In ogni caso, ho sempre fatto tutto da sola: ho viaggiato, affrontato 3 traslochi in 3 anni, oggi scrivo e frequento il corso di COMeS, Comunicazione e società, della facoltà di Scienze politiche e sociali alla Cattolica di Milano. Certo, ci sono stati momenti difficili e a volte ce ne sono ancora. Ma capita a chiunque, anche a chi ha tutti gli arti. Se sai guardare il bicchiere mezzo pieno, la vita si fa più leggera, assume un senso diverso.

Che cosa vedi adesso nel tuo bicchiere? Intanto lo vedo pienissimo. C’è il viaggio condiviso con OBM Initiative, community internazionale che progetta dispositivi biomedicali in 3D: oltre a Fable, le mie future dita, fanno anche arti e incubatrici low cost. Poi vedo la scrittura, da sempre la mia passione, e il web, senza il quale non sarei qui. E infine c’è l’attesa per la nuova mano, che cambierà la mia anatomia e la mia vita.

Con quale sentimento aspetti? Curiosità e  trepidazione, anche se mancano mesi di prove alla protesi definitiva. Ho sempre avuto una sola mano ed esitavo: anzi, trovo ancora strano che presto ne avrò 2. Forse mi dovrò abituare partendo da zero. Dopo racconterò Fable dal punto di vista meccanico, ma anche emotivo, per far capire a chi ha una disabilità che i limiti vanno sfidati. Tanto più che OBM è una realtà in parte italiana e regala possibilità impensabili fino a qualche anno fa. In Occidente e nelle zone più povere del mondo.

È vero che hai partecipato al progetto? Sì, e non poteva essere altrimenti. Al team di OBM Initiative serviva qualcuno senza una mano e a me serviva una mano. Forse non è un caso che ci siamo incontrati: le mie osservazioni ed esigenze, dal servomotore alla forma, ai materiali all’estetica sono stati utili per plasmare Fable a misura mia e di coloro cui è destinato in futuro.

Avevi già indossato una protesi prima? Per poco tempo, nell’adolescenza. Era una protesi estetica che serviva solo a “mimetizzarmi”, sottraendomi a sguardi e domande altrui. L’ho abbandonata dopo un paio d’anni per praticità: mi complicava le azioni, anziché migliorarle. Allora ho preso in considerazione una protesi meccanica. Ma era pesante e non riuscivo a metterla e toglierla da sola. Argomento chiuso. Fino a Fable.

Che sarà un oggetto di design, oltre che pratico… Sì, perché la stampa in 3D consente una personalizzazione estrema; io, per esempio, ho voluto la mia protesi nera. Mi hanno accontentata, la trovo molto elegante: al di là della funzionalità, mi rende unica, mi rende quella che sono.

Dopo Fable che obiettivi ti poni per il futuro? Continuare a scrivere storie, fare nuovi incontri, viaggi, conoscenze. E laurearmi: mi sono iscritta a settembre e con gli esami sono a buon punto.

E l’amore? Per ora non c’è; forse, non ne ho nemmeno il tempo… Però le cose capitano spesso all’improvviso, come è avvenuto con Fable. Non è detto che non succeda di nuovo.

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