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Dislessia: cosa chiedere agli insegnanti

di Elena D’Incerti, insegnante
Dislessia: cosa chiedere agli insegnanti 2 - 3.00/5

Il rapporto con i docenti per i genitori di ragazzi con DSA (disturbi specifici dell’apprendimento) non è facile. Trovare referenti disponibili, creare un metodo efficace, farlo rispettare: un percorso a ostacoli a cui bisogna arrivare preparati 

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Il rapporto con i docenti per i genitori di ragazzi con DSA (disturbi specifici dell’apprendimento) non è facile. Trovare referenti disponibili, creare un metodo efficace, farlo rispettare: un percorso a ostacoli a cui bisogna arrivare preparati 

L’inizio e la chiusura della scuola sono i momenti più problematici per le famiglie dei ragazzi con disturbi specifici dell’apprendimento. Le domande che di anno in anno si rinnovano sono: quali strategie educative adottare? Come collaborare con gli insegnanti? Come verificare che i metodi siano applicati e risultino, alla fine, efficaci?

Purtroppo la sorte di tanti bambini e ragazzi dislessici, disortografici, discalculici, disgrafici (per citare solo i disturbi più comuni) si gioca in un ginepraio di formalità che non sempre corrispondono a iniziative didattiche mirate e concrete.

Cos’è il piano di studi personalizzato

In presenza di una certificazione dsa, che di solito è rilasciata con parametri oggettivi ma molto standardizzati, le famiglie firmano entro il mese di ottobre un piano di studi personalizzato con cui concordano insieme alla scuola e allo specialista che ha fatto la diagnosi una serie di misure dispensative o compensative perché il ragazzo raggiunga obiettivi del tutto identici a quelli dei suoi compagni.
Queste misure variano a seconda delle materie e della classe frequentata, ma si riassumono in una decina di indicazioni: uso del computer, del registratore e della calcolatrice, possibilità di consultare tabelline, tavole dei verbi, mappe concettuali, carte geografiche e formulari durante i compiti in classe o le interrogazioni, somministrazione di verifiche preferibilmente scritte o preferibilmente orali (a seconda dei casi), programmazione delle verifiche orali, verifiche scritte abbreviate o con tempo più lungo a disposizione per lo svolgimento.

Questo è quanto suggerisce la normativa in materia di didattica inclusiva. Ma dopo l’applicazione dei protocolli, cosa accade nella realtà? Quando si accerta se questi strumenti sono serviti e se sono stati sufficienti?

Le misure alternative vengano usate? Meglio controllare

I genitori a volte non chiedono, e per i motivi più disparati. Alcuni non controllano che le misure dispensative vengano adottate, perché sono i loro stessi figli a fare un passo indietro e a non volere che la certificazione sia usata e messa agli atti: non è raro che, soprattutto gli adolescenti, vivano nell’immotivata paura che svolgere verifiche con modalità alternative li faccia sentire diversi dai coetanei.

Altri genitori desiderano semplicemente una promozione all’anno successivo, e se le indicazioni fornite dal logopedista sono state rispettate solo approssimativamente, non importa poi molto.

Altri ancora ignorano che non soltanto il piano di studi va personalizzato, ma che tutte le verifiche andrebbero costruite e calibrate su misura per ogni studente dsa, perché ognuno di loro ha bisogni educativi diversi (non tutte le forme di dislessia ad esempio sono identiche).

Le “insofferenze” degli insegnanti

Negli ultimi vent’anni, insieme al numero di ragazzi con disturbi dell’apprendimento certificati, si è moltiplicato anche il numero di docenti di ogni ordine di scuola che si sono specializzati nella cura di questi casi. Eppure qualche zona grigia di incomprensione rimane: capita che maestri e professori si lamentino del fatto che le certificazioni siano troppe; non è ancora tramontato il pregiudizio per cui il liceo scientifico dovrebbe essere precluso ai discalculici e il classico ai dislessici; diffusa è l’insofferenza verso certificazioni presentate ad anno scolastico iniziato o quasi concluso; certe prove sono proposte in modo sbrigativo semplicemente con caratteri a stampa ingranditi; la quantità dei compiti a casa dovrebbe essere diminuita ai ragazzi dsa e tante volte invece ci si dimentica di loro.

Cosa consigliare allora a un genitore che con la scuola di suo figlio vuole costruire una relazione incisiva?

Il calendario dei colloqui

Per cominciare sarebbe buona norma fissare un calendario di colloqui a scadenze ravvicinate con tutti i docenti, o anche solo con il coordinatore di classe, e usare questo spazio per guardare insieme le verifiche svolte e valutare i progressi o gli insuccessi, confrontando quanto accade a casa quando si fanno i compiti e quanto avviene in classe: se non c’è corrispondenza, forse il metodo di studio va nuovamente messo a punto e, ancora una volta, individualizzato.

Se lo si ritiene opportuno, si può riferire quanto emerso dal percorso intrapreso con logopedista e neuropsicologo, soprattutto se ci sono consigli pratici che vanno oltre ciò che è riassunto nel referto.

Le proposte per adattare le verifiche

Si possono avanzare proposte e discuterne: se per esempio una verifica scritta di storia, geografia, italiano, scienze presenta delle domande aperte che presuppongono risposte discorsive, perché non valutare insieme la possibilità di proporre gli stessi quesiti con la scelta a risposta multipla? Se si tratta di testare delle conoscenze, è probabile infatti che con le crocette lo studente non si perderà nel tentativo di organizzare un discorso e che l’insegnante capirà in modo oggettivo se le nozioni sono state acquisite.
Anche le verifiche che contengono tipologie diverse di esercizi di solito permettono a un ragazzo di trovare quella a lui più congeniale; viceversa, di fronte a cinque problemi simili che non sa risolvere perché è in difficoltà con l’attivazione di capacità logiche, andrà in crisi per tutti e cinque.

Greco e latino, temutissimi: perché non far tradurre solo qualche riga di un passo e proporre poi domande di comprensione, di analisi stilistica e di rielaborazione critica?

Al colloquio con lo studente

Non bisogna farsi scrupolo di chiedere al ragazzo, specialmente se frequenta già la scuola superiore, di prendere parte al colloquio tra genitori e insegnanti: è una buona forma di responsabilizzazione e fornisce la percezione che di lui ci si sta prendendo cura.
Si può chiedere che agli incontri sia presente anche il referente scolastico per i disturbi specifici dell’apprendimento (ogni istituto ha tra i suoi docenti questa figura): è la persona più titolata a trovare, se necessario, ulteriori modalità di intervento.

Quali competenze ha davvero mio figlio?

Chiedere sempre quali sono le abilità e le competenze che il proprio figlio ha rivelato in corso d’opera: è probabile che la traduzione dalle lingue antiche o la grammatica di quelle moderne sia per lui un percorso a ostacoli, ma magari ha buone capacità di contestualizzazione e sa organizzare approfondimenti personali. Più ancora che per gli altri, qualunque contributo da parte di un alunno dsa dovrebbe tradursi in una nota di merito e andare a costruire il giudizio finale.

Contano anche la partecipazione….

È legittimo chiedere che la partecipazione attiva alle lezioni venga sollecitata e incoraggiata: intanto perché questi studenti patiscono la lezione frontale tradizionale e fanno fatica a prendere appunti, ma soprattutto perché nessuna forma di curiosità dovrebbe rimanere inascoltata e inespressa. Valorizzare le doti personali è un buon incentivo a far ritrovare la sicurezza di sé che per questi alunni è facile perdere altrove: è assodato per esempio che i ragazzi dislessici si riducono a comporre temi “striminziti” se sono paralizzati dalla paura di commettere troppi errori ed è un peccato che così non esprimano né quello che pensano né quello hanno studiato, non di rado con fatica.

… e la socializzazione

Se è vero che scuola e famiglia sono un team vincente quando collaborano sul piano educativo più che su quello dei voti, i genitori non dovrebbero avere remore a chiedere informazioni sulla motivazione del proprio figlio e sulla sua relazione con i compagni: nel percorso di un ragazzo che apprende con abilità diverse, il profitto è infatti solo un tassello e neanche il più importante.

Può essere utile anche suggerire o chiedere di individuare il compagno (o i compagni) con cui l’alunno possa lavorare in gruppo o dal quale possa ricevere un aiuto: l’educazione tra pari dà spesso frutti sorprendenti. E quando un insegnante si ferma a riflettere su uno studente collocandolo anche nel tessuto delle sue relazioni personali, se è aiutato dalle persone che a casa gli stanno più vicino arricchirà di elementi importanti il quadro della valutazione che a quel punto non si limiterà a numeri e giudizi sintetici.

Le promozioni “di comodo”: perché accontentarsi?

Optare dunque per un dialogo frequente con la scuola: per un docente è sempre una sconfitta professionale promuovere “gratuitamente” un ragazzo o un bambino con un disturbo dell’apprendimento solo per non incorrere in spiacevoli controversie o in ricorsi amministrativi; svilente è d’altro canto per un genitore portarsi a casa la promozione del proprio figlio senza nemmeno avere capito a quale processo di crescita si associ.

L’esperienza di qualunque insegnante dice che a farne le spese è sempre lo studente: ne va della sua autostima e forse finirà per credere di essere solo l’alunno “che può farcela ma che non si applica” di antica memoria.

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