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«Donne arabe, i vostri mariti vi picchiano? Parlate con me, io vi ascolto»

di Ilaria Cavo
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L'appello di Souad Sbai, presidente della comunità femminile marocchina «Quando arrivano qui, inseguono un sogno che spesso va in frantumi»

L'appello di Souad Sbai, presidente della comunità femminile marocchina «Quando arrivano qui, inseguono un sogno che spesso va in frantumi»

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Souad Sbai, 46 anni, marocchina, da 27 vive in Italia. "Mi rendo conto che ormai, spesso, ragiono come se fossi italiana" dice mentre racconta la sua battaglia, non facile, per difendere le sue connazionali e tutte le donne islamiche maltrattate, picchiate dai mariti non appena arrivano nel nostro Paese. Giornalista, con la rivista che dirige, Al Magrebia, e come presidente dell'Associazione donne marocchine in Italia si batte per  diffondere una cultura nuova, e per gridare che le donne devono essere emancipate, tutelate. La sua ultima iniziativa è la realizzazione della Casa di ascolto per le donne arabe, che verrà aperta a Milano con l'appoggio della regione Lombardia.

È un passo avanti?

"Certamente è un buon segno. La Lombardia è la prima regione ad aprirci veramente le porte. Esiste già da qualche mese una Casa di ascolto a Roma, ma è stata messa in piedi senza l'aiuto del comune o della regione. In questo centro le donne non solo saranno ascoltate, ricevendo assistenza medica e legale, ma anche istruite. Inizieranno a fare corsi di lingua italiana".

Cosa l'ha spinta a mettersi alla guida di una battaglia non facile?

"Non voleva farlo nessun'altra e io non potevo più stare a guardare. Le racconto un esempio: un giorno mi ha chiesto aiuto una mia connazionale, ustionata con una pentola di acqua bollente dal marito solo perché non gli aveva preparato in orario la cena. Ha subito 14 operazioni. Lui, invece, dopo tre giorni è uscito dal carcere grazie a un ordinamento troppo permissivo".

Il problema sta nella vostra cultura o nelle nostre leggi?

"Il problema sicuramente può essere risolto con un inasprimento dell'ordinamento italiano. Chi picchia e maltratta una donna - che sia musulmana o italiana - deve essere punito più duramente. In Marocco abbiamo fatto passi avanti nella tutela della donna: per gli aggressori è molto difficile uscire dal carcere".

Ma allora tutto peggiora quando le vostre famiglie emigrano in Italia?

"Sì, è proprio così. Quando le nostre donne arrivano qui, inseguono un sogno che spesso va in frantumi. Sono sole, non hanno più il padre o i fratelli che le difendono. Non conoscono la lingua, non riescono nemmeno a chiedere aiuto, così gli uomini se ne approfittano. Le picchiano e abusano di loro. Il fenomeno è in crescita".

Lei chiede pene più dure nei confronti dei suoi connazionali?

"Le chiedo nei confronti degli immigrati che non ci rispettano così come nei confronti di tutti gli uomini che non rispettano le donne. Il problema è che nelle nostre comunità la situazione è sempre più grave, ma un primo rimedio ci sarebbe: rendere obbligatoria la conoscenza della lingua italiana per la concessione del permesso di soggiorno. Ogni uomo che vuole portare la moglie in Italia dovrebbe farle fare un corso di sei mesi di italiano, darle gli strumenti per poter comunicare, per potersi integrare e soprattutto per potersi difendere".

Ma in questo scenario non facile, cosa rappresenta il velo?

"Sono pochissime quelle che portano il velo con convinzione, e a loro va tutto il rispetto. La maggioranza, però, è costretta a portarlo perché sono i mariti a imporlo: non vogliono che si mostrino in pubblico, che entrino in contatto con la civiltà occidentale. Le nascondono perché non si allontanino e non si ribellino, tanto è vero che quando le mogli si convincono a denunciare i soprusi, poi si tolgono tutte il velo. Significa che non lo  mettevano per scelta ma perché costrette".

Lei lo ha mai portato?

"No. Per fortuna vengo da una famiglia aperta, non ho mai dovuto farlo".

Lei sta facendo tutto questo perché, a sua volta, ha subito violenze o perché lo ritiene giusto, a prescindere?

"Io non ho mai subito questi soprusi, e comunque la mia storia non conta. Non ho mai detto se sono sposata con un italiano o un musulmano, e non intendo farlo. Dico soltanto che ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia dedita al volontariato. Sono arrivata in Italia a 19 anni, con la mia famiglia, allora non mi sarei mai immaginata di dover difendere le donne in questo modo, il fenomeno dei maltrattamenti era inesistente. Ma con l'aumento dell'immigrazione tutto è cambiato. A poco a poco ho capito che potevo, dovevo, mettermi al servizio degli altri".

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