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Donne: l’altra faccia del giornalismo

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Nel lavoro mettono la stessa passione, emozione, amore che hanno nella vita. Lo dimostra l'esempio di Giuliana Sgrena

Nel lavoro mettono la stessa passione, emozione, amore che hanno nella vita. Lo dimostra l'esempio di Giuliana Sgrena

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È un grande sasso tolto dal cuore, la libertà di Giuliana Sgrena. Anche con quel terribile lutto appiccicato addosso. Anche con il dolore immenso per quell'uomo forte che le ha regalato la vita in cambio della sua vita. Non credevo che Giuliana tornasse. Il suo video, quando era nelle mani dei sequestratori, era brutto. In Iraq delinquenza e follia religiosa ormai si fondono e si confondono. Fino all'ultimo non si poteva capire cosa poteva succedere. Invece torna e la sua liberazione apre, credo, per molte di noi, grandi riflessioni.

Una settimana fa ho partecipato a un convegno organizzato da Ada Marchetti, titolo: "Passione e giornalismo". Eravamo in molte. Giornaliste diverse. Di costume, di cinema, inviate. Tiziana Ferrario del Tg1 ha detto che è ora di battersi davvero e fino in fondo all'interno di tv e  giornali per decidere ed esistere di più. Barbara Palombelli pensa invece che in fondo tutto il vissuto, sentimenti, commozione e, perché no, l'amore di una donna giornalista finisce per ritrovarsi, fondersi e nutrirsi del suo mestiere. E viceversa.

Uno specchio che si specchia in un altro specchio. Che dunque la passione del mestiere è uguale alla passione di quella certa donna nella vita. Sono d'accordo con lei. Le donne oggi lavorano come sono. E non importa se fanno le inviate di guerra o se scrivono di costume o di costumi. È il modo. Qualcuno dice che Giuliana Sgrena ha fatto troppo. Che ha rischiato nell'allungare le interviste nella moschea che è stata palcoscenico al rapimento.

Be', io so che avrei fatto lo stesso. E credo, nonostante la paura , che molte avrebbero fatto lo stesso. Le donne vanno dentro, non resistono. Non si accontentano. Scavano e si scavano. Giuliana voleva raccontare la guerra facendo parlare chi la fa ma soprattutto chi la subisce. Giuliana voleva capire per far capire. Marguerite Yourcenar ha detto: «Quando racconto è come se ogni volta mi scarnificassero il cuore. Ma non sento dolore».

È così. E non perché le donne siano più o meno temerarie. O coraggiose. O brave. O incoscienti. Ho detto a quel convegno una cosa che è stata, credo, fraintesa dai colleghi maschi. Non ho mai pensato infatti che le donne siano più o meno brave a fare il giornalismo. Non mi voglio così male. Ho semplicemente osservato che, da quando le donne sono entrate numericamente e travolgentemente nel grande reportage di guerra, questo ha cambiato linguaggio. Non è più quello secco, nitido, della prima guerra del Golfo, quando Peter Arnett, da solo, commentava le luci e le stelle delle bombe che tempestavano Bagdad. Da quando sono arrivate tante donne nelle file della Cnn e nelle nostre radio e tv, il reportage non è più stato solo notizie, numeri e nudi fatti (per carità, divisi dalle opinioni). Ma è diventato anche collage di racconti. E di voci. Nutriti di storie, attraversati dall'emozione. Questa loro capacità di entrare dentro, questo coraggio di mettersi in gioco, qualche volta anche molto pericoloso, ha forse umanizzato, certamente aiutato il giornalismo.

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