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Economia, un parolone che anche i piccoli possono capire

di Maria Adele De Francisci
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C'è la crisi? E allora è proprio questo il momento giusto per insegnare ai bambini il valore del denaro. Un consiglio da non sottovalutare perché arriva niente meno che da Robert Solow, Nobel per l'economia (nonché nonno)

C'è la crisi? E allora è proprio questo il momento giusto per insegnare ai bambini il valore del denaro. Un consiglio da non sottovalutare perché arriva niente meno che da Robert Solow, Nobel per l'economia (nonché nonno)

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Se le previsioni degli analisti verranno confermate, quest'anno dovremo fare i conti con il volto più duro della crisi economica globale. Che, nel 2009, riguarderà da vicino le tasche di tutti noi. «Farsi prendere dal panico, però, è controproducente. Bisogna cogliere l'occasione per ripensare alle proprie spese e cominciare a parlare di economia anche ai figli» spiega Robert Solow, economista di fama mondiale e premio Nobel nel 1987 per l'economia. «L'importante è usare il linguaggio giusto. Con i miei nipoti che vanno alle elementari pranziamo insieme una volta alla settimana e io ne approfitto per stimolare la loro curiosità, spiegando concetti semplici. Per esempio, cerco di fargli capire com'è una busta paga. In fondo tutti i bambini ricevono la paghetta, che è una forma elementare di salario».

Un consiglio da girare anche ai genitori...

«Assolutamente sì. Bisogna tenere viva l'attenzione dei bambini giorno dopo giorno, parlando anche di piccoli concetti economici. E la vita quotidiana offre tante occasioni. Ci chiedono cos'è un prezzo? Inutile perdersi in descrizioni. È molto più divertente fare un giro al supermercato e confrontare i prezzi delle loro merende preferite. È proprio così che imparano».

Detto così sembra facile avvicinare un bambino all'economia...

«È facile se si insegna loro a osservare. Perché l'osservazione apre la mente. Ed è alla base del metodo scientifico».

Vuol dire che prima i bambini imparano i concetti economici meglio è?

«Sì. Perché l'economia insegna che i problemi non si superano accontentandosi di risposte semplici. Nel mio caso, l'amore per questa materia mi ha aiutato ad andare a fondo nelle cose. Una passione che ho cercato di trasmettere anche ai miei figli. Sono cresciuto ai tempi della Grande depressione e della Seconda guerra mondiale.Volevo dare un contributo perché il mio Paese uscisse da un momento delicatissimo, ma non avevo gli strumenti adatti. Poi ho scoperto l'economia e la mia vita è cambiata».

L'attuale crisi può essere un'occasione di crescita per i nostri figli?

«Certo, purché sia sfruttata nel modo giusto. Perché non basta che un ragazzino sappia che ieri il gelato costava 2 euro e oggi 3. Deve chiedersi il perché di questo cambiamento. E i grandi dovrebbero saper rispondere».

Come?

«Primo: evitare di dire al figlio "tu non puoi capire". Certo, i ragazzini sui 12 anni hanno un approccio più sofisticato alla materia. E non sempre la spiegazione dei genitori basta.  Anche a loro serve una mano, quella della scuola: il ruolo dei professori è fondamentale nel fare apprezzare ai ragazzi l'economia».

Scuola e Internet: oggi tutti i bambini sanno usare le nuove tecnologie. La Rete può cambiare il loro rapporto con il denaro?

«Ormai per un bambino è normale navigare da solo su un sito di aste on line e comprarsi un videogioco con le carte prepagate. I miei nipoti lo fanno e le confesso che la cosa un po' mi preoccupa. Il rischio è che con queste nuove forme di pagamento i soldi diventino sempre più immateriali e che i bambini perdano di vista il loro valore reale. Una ricetta per non correre questo pericolo, però, esiste. Non lasciarli mai da soli quando fanno acquisti su Internet».

Ma i suoi figli si sono poi appassionati all'economia?

«Non ho mai fatto pressioni perché l'amassero, ma alla fine è entrata nelle loro vite. Il maggiore insegna economia all'università, il minore è specializzato in statistica. E il più grande dei miei otto nipoti è laureato in Business Administration (la nostra Economia e Commercio, ndr). È vero, il mio lavoro li ha sempre incuriositi molto, ma comincio a credere che dietro tutto questo ci sia di più: forse c'è qualcosa di genetico!».

E gli altri sette?

«Con loro amo chiacchierare davanti a un piatto di patatine fritte e spiegare le piccole e grandi cose di ogni giorno. Ma il paradosso è che, a 84 anni, quello che prende lezioni sono io. Non capisco niente di computer, loro sono ferratissimi. Qualche volta mi danno delle dritte».

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