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E se l’email ci complicasse la vita?

di Cristina Sarto
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Lo sostiene la psicologa Gloria Mark, docente di Informatica in una prestigiosa università californiana: controlliamo la posta elettronica 77 volte al giorno. «Così tante da diventare più ansiosi e meno efficienti in ufficio» dice la prof. Allora bisogna bandire la tecnologia? «Al contrario: dobbiamo renderla più intelligente»

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Lo sostiene la psicologa Gloria Mark, docente di Informatica in una prestigiosa università californiana: controlliamo la posta elettronica 77 volte al giorno. «Così tante da diventare più ansiosi e meno efficienti in ufficio» dice la prof. Allora bisogna bandire la tecnologia? «Al contrario: dobbiamo renderla più intelligente»

«Mandiamo email a raffica, illudendoci che non costi nulla. Ma non è vero. Perché, di riflesso, siamo travolti da uno tsunami di posta in arrivo. E ogni volta che ci fermiamo per rispondere a un messaggio, lasciamo a metà ciò che stavamo facendo. Così poi ci tocca correre per recuperare il tempo perso. Tutto questo ha un impatto molto alto sulle nostre vite, fra tabelle di marcia sempre più deliranti e stress alle stelle».
Non ha alcun dubbio Gloria Mark, docente di Informatica alla University of California di Irvine. La sua qualifica ufficiale non le rende giustizia. Quando parla, la prof lascia il posto all’esperta di Psicologia (la sua prima laurea), capace di definire i contorni di una delle paranoie più diffuse della nostra società 2.0: il perenne senso di apnea di fronte alla lista delle cose da fare, che con la rivoluzione digitale è diventato ancora più opprimente. «È accaduto anche a me» racconta. «I primi tempi all’università non riuscivo mai a stare dietro a tutto. Mi sentivo sotto assedio, tra telefonate e richieste di studenti e colleghi. Ma quello che mi portava via più tempo era sbrigare la montagna di posta elettronica che intasava il mio computer». Era l’inizio del 2000 e da quel momento Gloria ha deciso di studiare come la tecnologia stia accelerando il nostro modo di vivere. Ne discute in Codebreaker, un podcast di grande successo pensato intorno alla domanda: «L’email è il diavolo?».

Lei che risposta si è data? «No, non lo è. Siamo noi che la usiamo in modo sbagliato: mandiamo e riceviamo troppi messaggi. E spesso ci sentiamo in dovere di rispondere subito, soprattutto se le mail arrivano dal capo o da un collega. Così, ci interrompiamo di continuo e diventiamo meno produttivi. Oltretutto si è visto che con la posta elettronica tendiamo a delegare troppo, forse perché scrivere a qualcuno di fare una cosa è molto più veloce che chiederglielo al telefono. Ma questo favorisce la dispersione delle energie all’interno di uno staff. Insomma, uno strumento nato per farci lavorare meglio sta ottenendo risultati opposti».
Da un punto di vista psicologico, c’è differenza tra mandare e ricevere un’email? «Certo, ed è enorme. Scrivere un messaggio non provoca ansia, tanto che ormai lo facciamo in automatico. Invece dovremmo pensarci bene e chiederci se è davvero indispensabile. Perché chi lo apre vive una piccola tempesta emotiva, con il ritmo cardiaco che sale e lo stress che s’impenna. Succede perché mentre legge, sa già che le parole portano con sé nuovi compiti da eseguire. Un po’ come quando guardiamo la casa in disordine e pensiamo: “Oddio, devo mettere a posto”. L’aspetto positivo della cosa è che se iniziamo a sistemare ci sentiamo meglio. Idem al pc: appena sbrighiamo ciò che ci viene richiesto, la tensione svanisce».
Nonostante l’effetto ansiogeno, controlliamo la posta elettronica in modo ossessivo. «È vero: in media 77 volte al giorno, ma ci sono persone che in 24 ore arrivano a farlo anche 373 volte. Una fissazione che, oltre a distrarci dal lavoro, a fine giornata ci mette di malumore».
Perché succede? «Il meccanismo è simile a quello che scatta nella mente dei giocatori d’azzardo, che si ostinano a inserire gettoni nelle slot machine nella speranza di fare il colpo grosso e alla fine se ne tornano a casa disperati per i soldi persi. Noi maniaci dell’email scarichiamo senza sosta la posta in arrivo nell’illusione che fra i tanti messaggi ce ne sia uno in grado di dare una svolta alla nostra routine: un’offerta di lavoro, un invito a un party esclusivo, un amico che non sentiamo da tempo... Ma nella maggior parte dei casi, l’opzione “Ricevi” lascia delusi. Emozione che si moltiplica per il numero dei clic ripetuti nella giornata: più controlliamo la posta, più siamo insoddisfatti e frustrati».
Suggerimenti per disintossicarsi? «Bisognerebbe inviare messaggi al massimo 3 volte al giorno, in orari precisi: per esempio, alle 10, alle 14 e alle 17. Se tutti facessimo così, sarebbe normale poi guardare la posta in arrivo solo in quei momenti. Le società di informatica lo sanno e stanno studiando soluzioni per far sì che l’email in futuro cambi».
E come cambierà? «Diventerà più smart. Il sistema d’intelligenza artificiale di Google sta lavorando a delle risposte automatiche per i messaggi che non hanno bisogno di una replica umana. Mettiamo che qualcuno ci chieda un documento. A quel punto, Gmail potrà fornirà 3 opzioni: “Non ce l’ho”, “Devo cercarlo” e “Ok, te lo invio”. In pratica, per rispondere basterà un semplice clic».
Quindi la tecnologia può facilitarci la vita? «Sì. E lo dico da mamma Skype-dipendente: ho 2 figlie ormai grandi che abitano lontano, una a Boston e l’altra in un paesino sperduto della Svezia. Anche i social network ci fanno stare meglio: le ricerche dimostrano che non aiutano a stringere nuove amicizie, ma sono perfetti per conservare quelle che abbiamo già. Certo, esiste un rovescio della medaglia: i genitori che al parco giochi chattano a raffica anziché tenere d’occhio i piccoli. O quelli che, appena un bimbo non sa che cosa fare, gli mettono in mano lo smartphone».
I guru della Silicon Valley crescono i figli in ambienti “tech-free”. È d’accordo? «Anch’io l’ho fatto. Quando le mie figlie erano piccole, le ho tenute lontane dai computer. Volevo che si annoiassero! Perché solo così i bambini sfruttano l’immaginazione e s’inventano qualcosa. L’unico schermo concesso era quello della televisione, ma con film scelti da me. Io sono cresciuta con l’amore per la lettura e le portavo spesso in biblioteca: la tecnologia non darà mai le stesse emozioni di un buon libro».
Oggi, però, i romanzi li leggerà sul tablet. «Invece no: continuo a preferire quelli di carta, perché non mi fanno venire la tentazione di navigare online. Mi immergo nella trama e fuggo dal mondo digitale».
Dopo tanti anni, ha trovato finalmente il metodo migliore per lavorare in pace? «In ufficio, l’unico modo per stare tranquilla è chiudermi dentro. Quindi, quando posso lavoro da casa. Confesso, però, che rimango una donna multitasking, soprattutto davanti al computer: fosse per me, terrei aperte mille finestre di lavoro, tra app e siti che sono tentata di controllare ogni 2 minuti. Per concentrarmi, devo disattivare tutto. E ricollegarmi solo quando ho finito ciò che dovevo fare».

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