Favole per bambine ribelli. E contro il sessismo

Credits: © stefano g. pavesi
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Elena Favilli e Francesca Cavallo stanno scrivendo un libro di fiabe speciale, per proporre alle bambine dei modelli diversi, oltre il solito sessismo. Le protagoniste sono 100 eroine senza scarpetta di cristallo: donne vere, che nella vita se la cavano benissimo da sole.

Elena Favilli e Francesca Cavallo, 33 e 32 anni, stanno selezionando 100 eroine anticonvenzionali: senza scarpine di cristallo e con una volontà d’acciaio. Possibile che le protagoniste delle favole debbano sempre essere salvate da un principe o da un cacciatore? È il momento di proporre alle bimbe dei modelli diversi, che vadano oltre il sessismo: donne vere, che nella vita se la cavano benissimo da sole». Il loro obiettivo è raccogliere le avventure delle nuove eroine nel libro Good Night Stories for Rebel Girls (Storie della buonanotte per bambine ribelli), un libro «che ispiri le piccole lettrici a lottare contro le avversità».

La prima edizione, illustrata da 100 tra le migliori disegnatrici in circolazione, uscirà per Natale in inglese. «Ma speriamo di farne anche una in italiano» dicono Elena e Francesca. Intanto, hanno già scritto una fiaba di grandissimo successo: la loro.

C'era una volta...

Elena: «Una giornalista, cioè io, e una regista teatrale, Francesca. Nel 2010 abbiamo iniziato a lavorare, nei ritagli di tempo, al primo Ipad magazine per bambini. Due anni dopo abbiamo vinto la gara di start up Mind the Gap e, come premio, siamo volate a San Francisco per un mese. Ma non siamo più tornate. Abbiamo fondato Timbuktu Lab, un’azienda di media per l’infanzia di cui io sono l’amministratore delegato e lei il direttore creativo. Siamo socie in affari e una coppia nella vita».

A cosa si devono ribellare le bambine di oggi?

Francesca: «Alle discriminazioni di genere, che nel mondo delle favole sono diffusissime. Lo so che sembra assurdo, perché anche noi per diverso tempo non ci abbiamo fatto caso. Ci veniva spontaneo scrivere storie con un protagonista maschile. E quando pensavamo a un’eroina, sentivamo il bisogno di “giustificare” il suo sesso. Poi abbiamo sbattuto contro i numeri. Secondo una ricerca della Florida State University, su quasi 6.000 libri illustrati pubblicati tra il 1900 e il 2000, solo il 33% prevede nella narrazione una “lei”. I maschi, invece, non mancano mai».

Elena: «Le bambine devono mettere in conto di subire il sessismo che abbiamo subito noi: complimenti fuori luogo, persone che ci hanno detto che da sole, in quanto donne, non avremmo mai ottenuto investimenti. Un anno fa ho denunciato tutto in un articolo sul quotidiano inglese The Guardian e si è scatenata una bufera: sono stata insultata e minacciata via Twitter. Ho avuto paura. In quel momento di smarrimento, avrei voluto che i miei genitori mi avessero letto delle fiabe capaci di ispirarmi e darmi conforto».

Quando una bimba di 4 anni ascolta le favole, però, non fa caso a queste cose.

Francesca: «È vero ma, seppure a livello inconscio, gli stereotipi di genere si formano fin dai 3 anni di età. E spingono i bambini a credere che nascere maschio sia la regola ed essere femmina un’eccezione. Con modelli così, è normale che le donne perdano fiducia in se stesse».

Elena: «Le favole sono il primo elemento narrativo con cui i piccoli familiarizzano con il mondo. È fondamentale che i personaggi femminili, oltre che vincenti, siano reali. Basta con le fatine dalla bacchetta magica: ci sono donne normalissime, che hanno realizzato imprese eccezionali».

Perché molti uomini si scaldano se si parla di stereotipi di genere?

Elena: «Perché significa scardinare uno status quo che ha sempre fatto comodo. Come mai tocca quasi sempre alle donne cucinare? Non abbiamo un gene che ci predispone a stare ai fornelli, ma fin da bambine ci hanno inculcato l’idea che spetti a noi. E allora, ben venga una campionessa come Serena Williams, che con una racchettata spazza via certi pregiudizi».

Desiderate una figlia a cui insegnare tutto ciò?

Francesca: «Certo. Amiamo i bambini, altrimenti non avremmo scelto questo lavoro. Ma è un progetto futuro: per ora restiamo concentrate sulla nostra azienda».

Come le direte che può fare quello che vuole?

Elena: «Staremo attente al modo in cui le parleremo nella vita di tutti i giorni. Ci sforzeremo di farle notare quante donne in gamba ci sono: non importa che siano famose, basta che abbiano fatto qualcosa di importante per loro stesse. Ancora oggi le conquiste femminili passano in secondo piano o sono attribuite al caso. Invece siamo persone capaci. E alle bambine va detto».

Era indispensabile andare oltreoceano?

Elena: «Purtroppo, sì. Qualche anno fa, all’università di Berkeley, ho capito che in America hanno una marcia in più: ti spingono subito a trasformare le idee in progetti concreti. In Italia abbiamo vinto concorsi e ottenuto ottime recensioni, ma i finanziamenti non sono mai arrivati».

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