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I nostri figli: oggi etero, domani omo, dopodomani bisex

di Silvia Calvi
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Tanti giovani cambiano e ricambiano idea con disinvoltura e senza tabù. E i genitori si fanno molte domande. Le abbiamo girate a un esperto

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Tanti giovani cambiano e ricambiano idea con disinvoltura e senza tabù. E i genitori si fanno molte domande. Le abbiamo girate a un esperto

Su temi così privati oggi con chi si confidano ragazze e ragazzi? Con gli amici di Facebook? «No. Anche se a noi adulti può sembrare il contrario, nell’adolescenza il virtuale non vince sui rapporti reali. Quindi, prima di tutto, ragazzi e ragazze parlano con i coetanei, soprattutto a scuola. Ho intervistato centinaia di studenti delle superiori, rispettando l’anonimato, e tutti mi hanno confermato quanto la scuola sia centrale nella loro vita. È lì che si mettono in scena pubblicamente come maschi e come femmine, si innamorano, si alleano, litigano, creano gerarchie, soffrono. La scuola, in un certo senso, diventa un luogo di iniziazione, ritualizza l’ingresso nella società e nella vita adulta. E qui, naturalmente, condividono le prime storie (e le prime sofferenze) d’amore con gli amici più cari. L’adolescenza, del resto, è proprio l’età delle grandi amicizie in cui il confine tra queste e l’amore è labile. La sessualità fluida, insomma, è tipica di questa fase della vita, in cui si costruisce la propria identità per tentativi ed errori».

Ma, alla loro età, tutti ci siamo fatti le stesse domande su noi stessi, sull’amore e sul sesso: qual è la differenza? «Che, oggi, per i nostri figli, in un certo senso le cose sono più difficili. Perché, rispetto a un tempo, non c’è più un solo modo di essere uomo o donna, come non esiste ormai un unico tipo di famiglia o di coppia. E neppure un solo modo di essere omosessuale. Un tempo era tutto più chiaro, quasi schematico: il gay è effemminato, la lesbica è mascolina e così via. Adesso, invece, i confini non sono più così netti. E, per esempio, a 16-17 anni una ragazza può ritrovarsi a baciare la sua migliore amica senza per questo essere lesbica. O, dopo una storia etero, avere fantasie su una persona dello stesso sesso. In quel momento sarà confusa, si farà delle domande. Ma non si sentirà “anormale”, come sarebbe probabilmente accaduto a noi».

Guardando certi casi di cronaca non si direbbe... «Generalizzare è sempre sbagliato: molto dipende dalla personalità del ragazzino. Ma anche dal contesto, dallo stile famigliare e perfino dal tipo di scuola che frequenta. Però l’omosessualità, per fortuna, oggi non è più soltanto un fattore discriminante, qualcosa da nascondere. Ho incontrato adolescenti dichiaratamente gay che godevano della stima e della considerazione dei compagni ed erano considerati da tutti dei leader».

Non sempre va così. E di fronte a un ragazzo a disagio, con pochi amici e che, a casa, passa tutto il tempo chiuso camera, mamma e papà cosa dovrebbero fare? «Vigilare a distanza. I momenti critici possono arrivare per tutti, ma se in famiglia c’è sempre stato un buon dialogo, prima o poi saranno i figli a farsi avanti. Se, invece, c’è qualche particolare preoccupazione, una buona soluzione per i genitori è fare rete con gli altri adulti di riferimento: insegnanti, coach, mamme e papà di amici, zii che possono aver avuto un certo ascendente. Ma anche parlare apertamente ai ragazzi: “Ti vedo preoccupato, ti andrebbe di dirmi cosa c’è che non va? Quando vuoi, io ci sono”. Gli adolescenti devono potersi muovere da soli ma, allo stesso tempo, sentire di avere una sponda cui appoggiarsi. Così sono al riparo da pasticci e pericolosi colpi di testa».

Sembra quasi che, arrivati a un certo punto, il nostro  compito sia soprattutto quello di fare un passo indietro. «Tutti gli adulti in generale (insegnanti e genitori) dovrebbero sostenere e accompagnare la ricerca dei ragazzi senza cercare di dirigerla. Imporre un modello è pericoloso perché a quell’età è facile che i ragazzi, pur di avere delle certezze, finiscano per aggrapparsi alla norma e, anziché cercare di capire se stessi, mettersi una maschera di normalità. Come se fare ordine fuori potesse mettere ordine dentro di sé. Ma non funziona così».

Anche per noi è una bella sfida, non crede? «Certo. Non è facile creare in famiglia il contesto più favorevole al loro percorso di crescita. Ma il messaggio che dovremmo trasmettere è che i modelli sono tanti e che esistono una società, una famiglia, una scuola che non li giudica. E che sa ascoltarli quando vogliono parlare».

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