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La fotografa che si ritrae subito dopo il parto: è giusto mostrare così la maternità?

di Silvia Parmeggiani
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La fotografa argentina Ana Alvarez-Errecalde ha ritratto la maternità nel suo momento più "primitivo", quello del parto. Una provocazione? O nel mondo che mostra tutto va mostrato anche il lato più intimo della maternità? Ecco due pareri a confronto

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La fotografa argentina Ana Alvarez-Errecalde ha ritratto la maternità nel suo momento più "primitivo", quello del parto. Una provocazione? O nel mondo che mostra tutto va mostrato anche il lato più intimo della maternità? Ecco due pareri a confronto

A volte la maternità arriva quando meno te lo aspetti o la cerchi così tanto che poi, quando sai che stai per diventare mamma, hai voglia di gridarlo al mondo. E via con il telefonino a riprendere la pancia che si ingrossa sempre di più, centimetro dopo centrimetro, per ricordare per sempre quel momento così intimo, privato, che si vuole condividere con più persone al mondo. Sui social sono sempre di più le future mamme che si mostrano, fiere e sorridenti, con il pancione e noi siamo abituate a vederle così, con scatti di 'prove famiglia' insieme al futuro papà, alle prese con giochi e tutine che sfoggeranno con il piccoletto appena nascerà o alle prese con il countdown per il parto.

Ma c'è una fotografa argentina, Ana Alvarez-Errecalde, che ha ritratto la maternità – la sua maternità - nel momento del parto, mostrandosi completamente nuda, con il cordone ombelicale ancora attaccato al bambino, ancora grondante di sangue e con la sacca della placenta a terra. Ana è sorridente nelle sue foto ma alla sua felicità si contrappongono dolore e sangue; un modo di ritrarre la maternità nel suo “essere” più ancestrale, primitivo. Una provocazione? O nel mondo che mostra tutto andava mostrato anche il lato più intimo della maternità?

 

La maternità come riscatto sociale

Oggi la società è sempre più social e si fa vedere tutto quello che facciamo in un determinato momento, nel “qui e ora”. E di certo la maternità è un momento che si vuol far vedere. “C’è la volontà, da parte delle donne, di mostrare quello che per loro è il 'loro momento' – spiega il sociologo Alberto Pioppi, “una dimensione talmente importante, dura, prolungata e dolorosa, fatta di scelte, emozioni e desideri che a mio avviso non può non essere mostrata”. Per il sociologo, infatti, “veniamo da un società che è stata abbastanza oscurante e quindi adesso c'è voglia di rendere pubblica la maternità. C'è la voglia di un riscatto sociale dove le donne si riappropiano di questo momento e in cui mostrano tutto il loro sacrificio, quello che comporta la scelta di mettere al mondo un figlio. Di certo un momento bello ma anche di rivalsa da tutte le privazioni”.

 

L'arte non deve essere troppo diretta

“Uno dei compiti dell'arte è certamente quello di scuotere le coscienze e attivare la parte critica quindi sì, a volte, l’arte deve essere 'forte' ma solo quando questo sia realmente necessario”. La pensa così la critica d'arte Margherita Fontanesi. “L'arte dovrebbe recapitare un messaggio attivando la criticità di comprensione personale senza essere espliciti e, riferendomi alla foto, non capisco perchè la fotografa cerchi il dolore in un momento così bello della vita e gioioso come quello della maternità”. La comunicazione di questa foto è “molto basic, letterale e shoccante e c'è la possibilità che il pubblico non recepisca il messaggio ma, anzi, se ne discosti. Credo che si possa far capire che il parto è un momento duro, sofferente, senza mostrarlo in modo letterale”. In questo senso la critica spiega infatti che “l'arte va usata in modo shoccante solo quando si deve denunciare una situazione critica che non appartiene a tutti come la maternità. Mi spiego meglio: se devo far capire cosa succede in un paese in guerra allora posso anche usare immagini forti per far arrivare la verità in maniera diretta e immediata. Però in una situazione come la maternità, un momento che accomuna tutte le donne, delicato e gioioso, perchè mostrare sofferenza e sangue?”

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