del

Aborto: ma è normale che un obiettore si rifiuti di scrivere un certificato?

di Paolo Federici
Vota la ricetta!

Un caffè con Donna Moderna

Paolo Federici
Un'opinione di

Paolo Federici

Giornalista da 25 anni, ha scritto di ambiente, scienza, salute, medicine alternative, benessere,...

Non so se l’avete sentita, questa: la regione Lazio ha dovuto ricordare ai medici che devono dare assistenza alle donne che ricorrono ai consultori e che devono certificare il loro stato di salute, quando queste lo richiedono.

Il fatto che un’istituzione ricordi a un medico che deve fare il suo dovere sembra un fatto curioso, ma non lo è: pare che i medici obiettori si rifiutino di scrivere su un certificato che una donna è in stato di gravidanza e che ne chiede l’interruzione volontaria.

«In merito all'esercizio dell'obiezione di coscienza tra i ginecologi (...) si ribadisce come questa riguardi l'attività degli operatori impegnati esclusivamente nel trattamento dell'interruzione volontaria di gravidanza. (...) Il personale operante nel consultorio familiare non è coinvolto direttamente nell'effettuazione di tale pratica, bensì solo in attività di attestazione dello stato di gravidanza e certificazione attestante la richiesta inoltrata dalla donna di effettuare Ivg».

Il testo della Regione Lazio non chiede altro. Dovrebbero fare uno sforzo, i medici obiettori dei consultori: limitarsi a scrivere “La signora X ha in corso una gravidanza” e “La signora X ha chiesto di interromperla”. Non sono nemmeno tenuti ad aggiungere “come è suo diritto".

Nessuno contesta che i medici obiettori possano rifiutarsi di interrompere una gravidanza (anche se, effettivamente, non a tutti è chiaro perché un medico contrario all'aborto debba per forza lavorare in un posto che ha, tra gli altri, il compito di effettuarlo). Però questi medici si rifiutano persino di redigere i certificati, di dare informazioni su quali sono i percorsi da seguire: si rifiutano di assistere le donne.

Ce ne sono alcuni, addirittura, che si rifiutano di prescrivere la pillola del giorno dopo, nonostante nelle loro regioni sia ammessa. C’è anche chi non dispensa i contraccettivi ormonali, perché è contrario pure a quelli, e chi rifiuta di applicare la spirale alle donne che la chiedono. Sono obiettori, e obiettano.

Eppure la legge 194 ha avuto l’effetto di ridurre il numero degli aborti (oltre che di salvare la vita a migliaia di donne che, prima, ricorrevano alle “magliare”, le specialiste in aborti clandestini eseguiti con i ferri da maglia): prima di essa (36 anni fa), secondo l’Istituto superiore di sanità, venivano praticati 350 mila aborti (clandestini) l’anno; nel 1982 erano già calati a 234 mila (non clandestini), nel 2012 sono stati 105 mila (con 15 mila aborti clandestini), circa il 70% di interruzioni di gravidanza in meno rispetto a quando la 194 non esisteva.

Ma la legge prevede l'obiezione di coscienza. Anche all'estero è così: per esempio, in Gran Bretagna i medici obiettori sono l’11%. In Italia, però, sono il 69% (in alcuni ospedali delle Marche, il 100%), a cui vanno aggiunti il 47% degli anestesisti e il 40% del personale non medico.
Forse non sarebbe una cattiva idea fissare un limite massimo di obiettori in ogni struttura e cercare di fare in modo che ci siano più medici donne.

Di certo non sarebbe una cattiva idea se almeno il personale non medico contrario all’aborto venisse trasferito in strutture dove le interruzioni di gravidanza non vengono praticate: “perché deve lavorare proprio in un consultorio?”, si potrebbe obiettare…

Un caffè con Donna Moderna

Un caffè con Donna Moderna