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Storia di Zita e Doviglio, separati per 2 anni dalla guerra

di Maurizio Dalla Palma
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L'armistizio dell'8 settembre '43 divide i miei nonni. Lui prigioniero, lei sola a casa, senza sapere dove fosse il marito. Vite parallele che potevano non incontrarsi più

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L'armistizio dell'8 settembre '43 divide i miei nonni. Lui prigioniero, lei sola a casa, senza sapere dove fosse il marito. Vite parallele che potevano non incontrarsi più



L'8 settembre 1943, il giorno in cui l'Italia ha firmato l'armistizio ed è uscita dalla guerra, i miei nonni materni sono stati divisi. Separati. Per quasi 2 anni non ricevono notizie l'una dell'altro. E mia nonna non sapeva se mio nonno «viveva o era morto». Fino alla conclusione del tutto imprevedibile, diversissima da La vita è bella di Roberto Benigni.

Sono tutti e due emiliani, i miei nonni. Lui, Doviglio (forse una alterazione del nome Duilio dovuta allo spirito libero e anarchico degli emiliani), soldato dell'esercito italiano, viene catturato dai tedeschi, diventati nostri avversari, e rinchiuso per oltre 18 mesi in un campo di prigionia. Lei, Zita (ha il nome di una vip di quando è nata: l’ultima imperatrice d’Austria), rimane a casa con un figlio piccolo, una figlia in arrivo, e tanti problemi da affrontare.

Per Zita e Doviglio, iniziano 2 vite separate, due storie parallele di un film.

Nei giorni successivi all'armistizio la caserma in cui si trova mio nonno viene attaccata dai tedeschi. Lui mi ha raccontato (nell'estate in cui avevo 16 anni? O è stato durante l'università, quando per un mese ho dormito dai miei nonni?) che c'è stata resistenza dei nostri militari, si è sparato, e dentro la cucina dove lui si trova vengono lanciate granate: per non essere investito dall'esplosione e dai frammenti di metallo, si getta sotto un grande mastello di legno.

Mia nonna viene a sapere della cattura del marito. Insieme a suo padre, con il pancione di una donna all'ottavo mese di gravidanza, raggiunge in bicicletta su strade di campagna la stazione ferroviaria del paese in cui vive e prende un treno per andare dove mio nonno è stato visto l'ultima volta, forse a Modena, forse a Verona, non l'ho mai chiesto. Lei ricorda una grande area recintata con filo spinato, le torri di vedetta per sorvegliare i prigionieri, le mitragliatrici puntate. Chiede a chi si può chiedere, ma di mio nonno nessuna traccia.
«Da quel giorno, per quasi 2 anni, io non ho saputo se tuo nonno viveva o era morto. Qualcuno mi ha detto di aver visto il suo corpo in un fosso. Altri giuravano che era stato deportato in Germania».

 

Ma Doviglio è vivo, viene fatto mettere in riga con altri italiani davanti a luride baracche, graduati tedeschi passano davanti a loro perché stanno cercando qualcuno che sappia fare una certa cosa. Urlano una parola che mio nonno non sa: bäcker! bäcker!
Lui chiede intorno: «Cosa vuol dire bäcker?». «Vuol dire panettiere». «Ma io so fare il pane!». E alza svelto la mano.

Sarà la sua fortuna nei mesi estivi in cui nel forno si raggiungono 50 gradi e nei mesi invernali quando fuori c'è la neve e la temperatura scende ben sotto lo zero. Non è esposto alle intemperie, fa un lavoro sopportabile e può mangiare, senza essere visto, qualche boccone del prodotto che prepara. Ne porta un po' anche ai compagni che sono là fuori, pezzetti di pagnotta che lui chiude in un piccolo sacchetto e nasconde negli abiti, sotto il cavallo dei pantaloni, per sfuggire alle perquisizioni.

Intanto Zita è rimasta sola con prima uno e poi due figli piccoli. Un giorno un aereo militare (dei tedeschi? Degli americani?) spara raffiche di mitragliatrice sulla strada inghiaiata che lei sta percorrendo in bici per tornare a casa, cade, rotola in un fosso, batte la testa e rimane svenuta. Dopo molte ore («alle nove di sera, era buio e a casa piangevano perché pensavano che fossi stata uccisa») riprende i sensi e torna a casa. Il figlio maschio le viene incontro: «Mamma, mentre non c'eri è passato Pippo». Pippo è il nome dell'aereo che di notte bersaglia le case con le luci accese.

Un giorno Doviglio si sveglia con un forte dolore al ventre, nella parte bassa, a destra. Trema e ha la febbre. Non ce la fa questa mattina a raggiungere il forno. E ha paura. Sa cosa succede ai prigionieri che si ammalano e cadono ai lati dei percorsi nel campo di prigionia, ha visto come i soldati tedeschi mettono fine sul posto alle loro sofferenze.
Ma Doviglio vuole vivere.

E si fa venire un'idea. Nel viale che porta al forno vede passare un alto graduato («uno di quelli che avevano gli occhi che sembravano di fiamma»), si mette sull'attenti e grida «Heil Hitler!». Il tedesco si ferma di colpo, si avvicina, gli chiede cos'ha. E mio nonno, non so quante volte me l'abbia raccontato, mormora quelle due o tre parole di tedesco che volevano dire, mi scusi, se posso, dolore, male qui. E quel militare lo accompagna all'ospedale del campo, dove mio nonno viene operato d'appendicite e fa una breve convalescenza. «Vedi» mi diceva da bambino «Se non fossi stato svelto, se fossi come questo o quell'altro, sarei morto».

C'è una partigiana che va spesso a casa di mia nonna per farsi consegnare del cibo necessario a chi combatte in clandestinità. Prende latte, zucchero, burro. Ma mia nonna, oltre una certa misura, non può dare, perché ha due figli piccoli. Litigano spesso e un giorno Zita fa rotolare dai gradini dell'ingresso la partigiana, che si gira e la minaccia:
«Torno e ti uccido».

Mia nonna è in preda all'angoscia, è una donna rimasta sola e si domanda come fermare quel pericolo. Attraverso conoscenti, entra in contatto con un suo ex compagno della quinta elementare, un ragazzo che era diventato un capo partigiano. Che le dice: per questa volta faccio trasferire quella donna, ma la prossima volta devi stare attenta.

È arrivato il momento in cui mio nonno si deve mettere in marcia con migliaia di altri prigionieri lungo strade innevate. Vanno a Ovest, verso il cuore della Germania che sta crollando. Non so se sia perché i tedeschi stanno spostando la popolazione dei campi di prigionia verso il cuore dell'impero o se questo sia avvenuto dopo l'arrivo dei sovietici, che hanno sconfitto i nazisti. Mio nonno è in marcia e un giorno, a una sosta, con un altro compagno, scivola non visto fuori dalla strada, raggiunge una casa di campagna e trova due donne tedesche che, impietosite, danno agli uomini da mangiare. «C'erano polli e galline» mi ha detto Doviglio. Forse anche i figli, i mariti, i padri di quelle donne sono stati inghiottiti dalla guerra.

Un giorno Zita, che per quasi 2 anni non ha saputo se Doviglio «viveva o era morto», riceve una lettera che dice: suo marito, tornerà dalla Germania il tal giorno.

L'incontro avviene alla stazione dei treni. Lui scende: è smagrito, smunto, pesa meno di 40 chili. Mia mamma, nemmeno due anni,  nata un mese dopo l'armistizio del 1943, ricorda di essersi spaventata alla vista di quell'uomo tutto pelle e ossa che dicevano essere il suo papà. Lui ha lo stomaco rimpicciolito di due, tre volte. Per mesi Doviglio potrà nutrirsi solo con brodo, zuppe e liquidi, per anni non potrà mangiare la pasta, e ai festeggiamenti per il suo ritorno quasi muore per aver bevuto un sorso di liquore al momento del brindisi. Zita abbraccia Doviglio, si stringono. Ci sono lacrime, naturalmente. Poi lui la guarda, vede che la moglie, per farsi bella, ha accorciato i capelli dalla parrucchiera. E si arrabbia.

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Se ho raccontato questa storia è perché è la storia di 700.000 militari italiani e delle loro mogli, madri, figlie, rimaste per quasi 2 anni sole, dopo l'armistizio dell'8 settembre, senza sapere «se lui viveva o se era morto».

Ha conservato la sua forza. A volte la vita si fa difficile e provo angoscia per il futuro. In quei momenti ripenso alla storia dei miei cari nonni, Zita e Doviglio. E ritrovo il coraggio.

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