del

Ha violentato 10 donne? Che uomo potente, beato lui!

di Lorenza Guidotti
Vota la ricetta!

Così si è espresso venerdì scorso Vladimir Putin, presidente della Federazione russa. E ha aggiunto: siamo tutti invidiosi. Chissà cosa ne pensa Ludmilla...

Così si è espresso venerdì scorso Vladimir Putin, presidente della Federazione russa. E ha aggiunto: siamo tutti invidiosi. Chissà cosa ne pensa Ludmilla...

Un caffè con Donna Moderna

Sembra una citazione di Fred Flinstone ma purtroppo gli Antenati non c'entrano, e nemmeno gli uomini primitivi. L'ha detta venerdì scorso Vladimir Putin, il presidente della Federazione russa, a proposito del capo di stato israeliano Moshe Katzav, sotto accusa per molestie sessuali. Anzi, per la precisione ha usato l'espressione: «Che uomo potente! Siamo tutti invidiosi». (Ma Freud quanto si sarebbe fregato le mani ascoltando un'affermazione del genere?)

Certo, che un ex-agente del KGB utilizzi un linguaggio da caserma (e per questo riesca a tenere un consenso del 70 per cento nel suo Paese) passi. Che la stampa nazionale decida di non parlarne neppure, è sconcertante. Ma non facciamone un problema russo: fino a una manciata di anni fa le donne erano bottino di guerra anche da noi.

E lo sono ancora, almeno a parole, a sentire i commenti sulle violenze sessuali. C'è sempre qualche figura istituzionale pronta a difendere il povero molestatore dall'ineluttabilità degli eventi.

E non sono dei nostri giudici quelle sentenze emesse dalla Corte di Cassazione dove le donne hanno jeans troppo attillati, gonne troppo corte o sono quasi consenzienti se non sono più vergini?

Del resto, il perdurare di un pregiudizio è un fatto culturale, si sa. Se ci spostiamo sul versante della letteratura, le origini del machismo si perdono nella notte dei tempi. Facciamo un esempio per tutti: nell'Iliade, a scatenare l'ira di Achille (che è il più macho di tutti, origine e paradigma della mascolinità), è la decisione di Agamennone di prendersi la sua schiava, Briseide, il suo bottino, la sua ricompensa. Ed è proprio a causa di questo affronto che Achille si rifiuterà di entrare in guerra (Ma Achille è anche l'unico in grado di uccidere Ettore e di rovesciare il corso degli eventi). Da Omero in poi, tutta la letteratura dell'Occidente è piena di questa mistica dello stupro. Così come, dal dopoguerra a oggi le librerie straboccano di libri scritti dalle donne sull'argomento. Saggi, romanzi, cronache, atti processuali e chi più ne ha, più ne metta.

Fra questi, vi segnalo un libro rimasto nell'oblio per quarant'anni dopo la prima pubblicazione (uscì nel 1954 negli Stati Uniti): si tratta di un diario scritto da una donna tedesca, una giornalista che ha voluto rimanere anonima, tra l'aprile e il giugno del 1945, quando l'Armata Rossa è entrata a Berlino. Queste "memorie del sottosuolo" come le ha definite nella sua bella introduzione Hans Magnus Henzensberger, raccontano degli stupri perpetrati dall'esercito russo al loro ingresso in città (secondo le migliori stime disponibili a Berlino furono oltre centomila le donne violentate). E lo raccontano in prima persona.

Non è una lettura facile, la sua prosa oggettiva, secca come un colpo di fucile, è scevra da qualunque vittimismo e distante dalla letteratura di genere (se vi aspettate la Ciociara trasposta in diario o la cronaca del Circeo, scordatevelo, non c'è niente di tutto questo). Tuttavia, anche se non entra mai nei dettagli, poco viene lasciato all'immaginazione e la violenza che trasmette arriva dritta al cuore.

Eccone un estratto:

«Prima di andarsene fruga nella tasca dei pantaloni, in silenzio getta qualcosa sul comodino, spinge da parte la poltrona, sbatte la porta dietro di sé. Ciò che ha lasciato: una scatoletta spiegazzata con dentro alcune sigarette. Il mio compenso. Quando mi sono alzata, vertigini, nausea. Gli stracci mi sono caduti ai piedi. Attraverso il corridoio sono andata barcolando in bagno, passando davanti alla vedova in singhiozzi. Vomito. Il mio volto tereo nello specchio, i bocconi dentro il lavandino. Mi sono seduta sul bordo della vasca senza avere il coraggio di far scorrere l'acqua, perché avevo sempre dei nuovi conati e l'acqua nel secchio era così poca.  Poi ho detto ad alta voce "maledizione!" e ho deciso. Chiarissimo: qui dentro deve venire un lupo che tenga lontano da me gli altri lupi. Un ufficiale, il più in alto possibile, un comandante, un generale, quello che riesco. Altrimenti, a che mi serve quel po' di cervello e di conoscenza della lingua del nemico?» (...) «Un giorno è lungo come una settimana, spalanca un abisso tra due notti».

Anonima, Una donna a Berlino, 2004 (Gli Struzzi, Giulio Einaudi editore).

Un caffè con Donna Moderna

Un caffè con Donna Moderna