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Ho donato un rene al mio bambino

di Lucia Ferrante
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Dopo Gregorio, Claudia diventa mamma di Edoardo. Che però non cresce quanto il fratello: la sua pancia tonda tonda sembra sempre quella di un bebè. Il motivo? La madre lo scopre al pronto soccorso. La sera in cui capisce che per salvare il piccolo è disposta a qualsiasi cosa

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Dopo Gregorio, Claudia diventa mamma di Edoardo. Che però non cresce quanto il fratello: la sua pancia tonda tonda sembra sempre quella di un bebè. Il motivo? La madre lo scopre al pronto soccorso. La sera in cui capisce che per salvare il piccolo è disposta a qualsiasi cosa

Cosa significa donare un organo a un figlio
Edoardo è arrivato per caso: avevo appena partorito Gregorio, allattavo e rimasi incinta». È il 2005. Claudia Bonetti, psicologa, proprietaria di uno stabilimento balneare e di un negozio di abbigliamento, lascia tutto per dedicarsi ai suoi amatissimi bambini. Edoardo nasce «cicciottello, con una pancia rotonda» racconta Claudia che con il gonfiore addominale del figlio va «in fissa». Gregorio e Edoardo sono uniti e giocano insieme, ma mentre il maggiore cresce veloce, alto e magro, il secondo arranca. «Correva a fatica dietro ai compagni e diceva: “Aspettatemi, ho il pancino che mi pesa”». Claudia, preoccupata, insieme al marito Paolo fa visitare il piccolo da più pediatri: «Ha ancora la conformazione fisica del neonato, spiegò uno. Un altro mi rimproverò di fare paragoni tra i miei figli. Ok, pensai, è solo ansia».

Edoardo aveva bisogno di un rene
Edoardo ha 6 anni quando Claudia scopre che la sua paura è un formidabile intuito. Il 23 dicembre del 2010, tornando da una cena, Gregorio aiuta il fratello a mettersi il pigiama e nota una pallina sporgente vicino all’ombelico. Claudia e Paolo vanno al pronto soccorso. «Lì gli drenano il pancino, tutta l’acqua che Edoardo non smaltiva. Poi fanno la diagnosi: glomerosclerosi focale segmentata, una rara patologia genetica che causa insufficienza renale. Incurabile. L’unica speranza è il trapianto. E lì mi crolla il mondo». Edoardo ricorda tutto di ciò che gli è successo, è un ragazzo sveglio, forte. «Io piango spesso» confida Claudia. «A lui, le lacrime, le ho viste solo una volta prima dell’intervento». Il bambino arriva al trapianto nel settembre del 2015, dopo 6 anni di terapie pesanti con il cortisone e continui ricoveri in vista del traguardo: un nuovo organo. Claudia di quegli anni ripercorre i sensi di colpa: lei e Paolo sono portatori sani della malattia, ma nessuno dei due lo sapeva. «Ero io che lo avevo fatto nascere malato» dice. «Perché mi ero innamorata proprio di Paolo? Mio marito, un santo, mi sosteneva in silenzio». A stare vicino a Claudia c’è anche la sua mamma, nonna Alba. Che si rivela una colonna per la famiglia nel momento cruciale: quando i medici prospettano la possibilità che a donare il rene sia uno dei genitori, anche se portatore sano della malattia. «Hanno espresso parere favorevole 4 luminari stranieri consulati dal nostro ospedale» spiega Claudia. «Con tutte le mie forze ho sperato di essere io il donatore». L’operazione si fa al Centro Trapianti rene-pancreas dell’Azienda ospedaliera universitaria pisana. La sera prima Edoardo lascia la sua camera, i letti gemelli della Juve (il suo) e dell’Inter (del fratello) risoluto a tornare vincitore. Ma Claudia traballa: «Per la prima volta ho paura».

Il trapianto da una mamma donatrice
Claudia non ha mai voluto sapere quanto è durato l’intervento, ha tenuto la mano del figlio fino a un attimo prima di addormentarsi, lo ha cercato appena sveglia: «Era lì accanto a me, sorrideva e aveva già un colorito più sano». Oggi Edoardo gioca sereno con gli amici, va a scuola. Alla madre rimprovera di essere apprensiva: «Sto bene, non starmi sempre addosso!». Claudia non si sente un’eroina: «Ho fatto quello che ogni altra donna avrebbe fatto» dice. Edoardo, di nascosto, chiede di ringraziarla con questo articolo. «Grazie mamma, grazie del rene. Ogni giorno lo tocco, qui a sinistra, lo sento un po’ più grande dell’altro». Sarà che dentro c’è tanto amore.

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