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Ho trovato una nuova cura contro il cancro

di Antonella Trentin
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Una tossina che aggredisce le cellule tumorali. E riesce a vincere il male più terribile. È la scoperta che un dottore di provincia ha già sperimentato sui suoi pazienti. Con risultati incredibili

Una tossina che aggredisce le cellule tumorali. E riesce a vincere il male più terribile. È la scoperta che un dottore di provincia ha già sperimentato sui suoi pazienti. Con risultati incredibili

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In 30 anni, fuori dai laboratori della scienza ufficiale, un medico di provincia, Silvio Buzzi, ha sperimentato la tossina della difterite e un suo derivato su un migliaio di malati terminali di cancro. Nel 30 per cento dei casi il tumore si è ridotto, nel 5 per cento è completamente scomparso. Anche se le sue teorie fossero infondate, Buzzi avrebbe il merito di essere un personaggio. Basta leggere l’autobiografia Il talco sotto la lampada (Edizioni Ares) per accorgersene. Lo incontriamo nello studio spoglio alla periferia di Ravenna, dove ci racconta il suo sogno di ricercatore artigiano. Buzzi non può contare sui miliardi delle multinazionali del farmaco, né appartiene a una delle università più prestigiose del mondo. In perfetta solitudine, da anni si ostina a dimostrare che la tossina difterica, o meglio la sua versione innocua CRM197, uccide i tumori. Forse potrebbe avere ragione.

Sgombriamo il campo da spiacevoli sospetti, dottore. Ci dimostri che non è un altro caso Di Bella.

«Tutti i miei esperimenti sono stati condotti con rigore. I risultati sono comparsi su note riviste scientifiche come The Lancet, Cancer Research e Cancer Immunology Immunotherapy. Di Bella, che pure credo fosse in buona fede, non ha mai pubblicato nulla».

Però nessun altro scienziato ha confermato i suoi risultati.

«Finora, no. Ma adesso due medici autorevoli hanno detto di essere disposti a sperimentare il CRM197: Umberto Tirelli, primario di Oncologia medica all’Istituto dei tumori di Aviano, e Gianmaria Fiorentini, direttore del Dipartimento oncologico dell’ospedale di Empoli».

Sono tra i pochi ad averle concesso il beneficio del dubbio. Non si sarà montato la testa?

«Figurarsi! Dopo 30 anni di porte in faccia, avevo deciso di tirare i remi in barca. Tanto ormai il testimone è passato ai giapponesi, mi ripetevo».

Cosa c’entrano i giapponesi?

«Un anno fa, Eisuke Mekada, ricercatore oncologo dell’università di Osaka, mi ha spedito una e-mail. Diceva di aver letto i miei studi su Internet e di essere interessato a saperne di più. Mekada, insieme ad altre università, ha già testato con successo il CRM197 sui topi. Ora sta allestendo un esperimento clinico su un gruppo di pazienti con tumore all’ovaio. Dovrebbe cominciare nel 2007».

Come le è venuta l’idea di usare il batterio della difterite?

«Ero un giovane laureato, lavoravo in una casa di cura a Ravenna. Il primario, soprannominato Vangelo, mi sceglieva spesso come aiuto in sala operatoria. Allora non c’erano la Tac o la risonanza magnetica, non sapevamo cosa avremmo trovato incidendo l’addome di un malato di tumore. Succedeva che, dopo aver aperto il paziente, Vangelo ordinasse sconsolato di ricucire subito. Il tumore si era propagato troppo per essere operabile».

Il malato era dunque condannato?

«Nella stragrande maggioranza dei casi sì. Ma c’erano alcune, rarissime, eccezioni. Dopo l’intervento, il tumore lentamente spariva».

Che spiegazioni davate?

«Facevamo ipotesi fantasiose, per esempio che fosse salutare far prendere aria alle viscere».

E invece?

«Qualcosa accadeva davvero nei pochi minuti in cui l’addome del paziente era aperto. L’intuizione mi è arrivata per caso. Il primario stava indossando i guanti prima di operare e un po’ del talco usato per renderli più scivolosi  si è sparso nell’aria. La luce della lampada lo ha messo in risalto. L’atmosfera della sala operatoria non era asettica come noi pensavamo, ma inquinata. Allora ho avuto una folgorazione: una polvere ancora più sottile, invisibile a occhio nudo, poteva contaminare i pazienti durante l’intervento».

Microbi?

«E batteri, come quello della difterite. Questo germe ha il pregio di essere ovunque, anche qui, adesso, nello studio dove stiamo parlando. Tutti noi siamo venuti a contatto con il “Crynebacterium diptheriae” e il nostro organismo ha già sviluppato anticorpi specifici per combatterlo. Il sistema immunitario, se non è debilitato, quando incontra il germe è in grado di bloccarlo subito. Gli anticorpi antidifterici si rivolgono quindi contro altre cellule nemiche: quelle del cancro».

Quando ha cominciato gli esperimenti?

«Nel 1970 sui conigli e successivamente sui topi. Prima inoculavo loro cellule cancerose per sviluppare il tumore, poi la tossina difterica per vedere che cosa accadeva».

Con quali risultati?

«Nei topi trattati con tossina difterica il tumore regrediva. Ma la vera sorpresa è arrivata da un secondo esperimento con cento cavie. Dopo quattro mesi, 18 topi erano ancora vivi! Non solo. Se inoculavo loro altre cellule cancerose, non sviluppavano più il cancro: erano immuni».

Nel frattempo era passato agli esseri umani. È regolare quello che ha fatto?

«Ero senz’altro fuorilegge, ma i pazienti hanno sempre firmato un consenso informato. Ed erano tutti malati su cui chemioterapia e radioterapia non sortivano effetto. In più, tanto per sgombrare i dubbi, non mi sono mai fatto pagare nemmeno una lira».

Quanti sono stati i casi trattati?

«Un migliaio, ma alle riviste scientifiche ho presentato i risultati di 25 pazienti trattati con il CRM197, la tossina resa innocua. È sempre stato difficile averla. L’unica a produrla in Italia è la Chiron di Siena, ma da qualche anno ha smesso di fabbricarla».

Com’è andata con i 25 pazienti?

«Due hanno reagito in modo completo: il tumore è scomparso. In sei pazienti la malattia si è arrestata temporaneamente, a tutti gli altri ho regalato solo qualche mese di vita».

Due sole guarigioni non sono poche?

«No, se si pensa che erano tutti malati terminali con un sistema immunitario distrutto dalle cure precedenti. La terapia è davvero efficace su pazienti appena operati, con una buona scorta di anticorpi. Ma questa è una scommessa che va tentata in istituti di ricerca. Io ho fatto la prima parte dell’opera».

Mi dica dei successi.

«Uno dei pazienti era una donna. Aveva un tumore alla mammella con metastasi cerebrali. Non aveva chance. Grazie al CRM197, il cancro è sparito. Ma sei mesi più tardi si è verificata una recidiva. Il secondo caso è stato uno dei più delicati nella mia carriera: il figlio di un collega, un bambino di appena 6 mesi e un tumore al sistema nervoso autonomo, resistente alla chemioterapia. Su insistenza del papà gli ho praticato otto iniezioni di CRM197 a distanza di tempo. Un anno dopo, la risonanza magnetica non ha evidenziato più tracce di tumore».

E il bambino che fine ha fatto?

«Cresce, va a scuola, sta bene. È la prova vivente che non ho preso un abbaglio».

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