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I disabili non sono atleti di serie B

di Antonella Trentin
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Ha perso l'uso delle gambe a due anni. Ma ha sempre amato la velocità. Il vento tra i capelli. Così è diventata "la Rossa volante". Una fuoriclasse della corsa, che ai Giochi ha saputo conquistare dieci medaglie. E ora punta a un altro oro. Per dimostrare che non esistono limiti invalicabili. Neppure se vivi su una carrozzina

Ha perso l'uso delle gambe a due anni. Ma ha sempre amato la velocità. Il vento tra i capelli. Così è diventata "la Rossa volante". Una fuoriclasse della corsa, che ai Giochi ha saputo conquistare dieci medaglie. E ora punta a un altro oro. Per dimostrare che non esistono limiti invalicabili. Neppure se vivi su una carrozzina

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Sarà "la Rossa volante", con la sua chioma scarlatta al vento, la portabandiera italiana alla XIII edizione dei Giochi Paralimpici estivi, dal 6 al 17 settembre a Pechino. Francesca Porcellato ha il cuore in gola per l'emozione, eppure non le mancano esperienze toste: a 38 anni ha già vinto dieci medaglie, compresi due ori, nelle precedenti edizioni, 6 podi mondiali e la maratona di New York.

È bella, grintosa, versatile: oltre a correre nei 100, 200, 400, 800 metri su una carrozzina super tecnica, qualche anno fa ha imparato lo sci di fondo e si è qualificata a Torino nel 2006. Per lei lo sport non è un hobby, Francesca è un'atleta autentica, di prima grandezza. Ha perso l'uso delle gambe quando aveva 18 mesi, investita da un camion. Ma ha sempre sognato di correre e c'è riuscita.

È forse la sua rivincita sul destino?

«Niente affatto. A me piace la mia vita così com'è, carrozzina compresa. Certo, spero sempre che la gente noti più me della mia difficoltà. Però anche da bambina amavo la velocità, il vento tra i capelli, la sensazione di libertà che ti regala. Ricordo che costringevo mio fratello più grande a trainarmi con la bicicletta attaccata alla carrozzina. Lui tentava di dissuadermi: "Francesca non si può, è pericoloso", ma poi cedeva. Abbiamo fatto certi voli! Io in realtà volevo farcela da sola e mi allenavo ovunque, sui prati, per strada... sempre più veloce».

E adesso quante ore si allena?

«Sei-sette ore al giorno per 11 mesi e mezzo l'anno».

Un lavoro. Un'atleta disabile come lei riesce a mantenersi con le gare?

«Purtroppo no. I premi in denaro sono modesti. Le sponsorizzazioni anche. Non è facile. Il Comitato italiano paralimpico ci sostiene moltissimo, ma spesso mancano strutture attrezzate, personale specializzato per gli allenamenti, e aziende disposte a investire su di noi».

Come spiegherebbe a un profano le Paralimpiadi?

«È una grande gara, dove si cimentano i migliori, anche se diversamente abili. La disabilità, poi, la vede il pubblico, per noi non esiste. Siamo atleti che stanno facendo una corsa, punto e basta. Vorrei che la gente considerasse la mia carrozzina uno strumento, come la bicicletta per un ciclista. In verità non penso mai a me stessa come a una disabile. Se non posso fare una rampa di scale, mi dico: "Accidenti, non posso salire" ma non mi sento diminuita per questo».

Non si arrabbia, non lo considera un diritto calpestato?

«Certo, se accade in un edificio pubblico di una città moderna, m'indigno. Ma se sono a Venezia, con tutti quei ponti antichi, lo accetto. Mi fa arrabbiare molto di più chi classifica i disabili come persone e come atleti di serie B, chi pensa che una medaglia vinta da un portatore di handicap valga meno».

Le Paralimpiadi non sono un'occasione per sensibilizzare la gente?

«Sì e hanno anche un grande valore simbolico: dimostrano che non esistono limiti invalicabili, che i limiti si possono spostare in avanti. Mi dà fastidio che i giornali ne parlino poco. E quando lo fanno spesso si lasciano andare al pietismo».

Cos'ha pensato quando Oscar Pistorius ha chiesto di correre insieme ai normodotati?

«Mi sarebbe piaciuto vederlo gareggiare, ma alla pari. Mi ha molto divertito, comunque, che dicessero che era avvantaggiato rispetto a chi correva con le proprie gambe».

Per quale atleta ha fatto il tifo alle Olimpiadi di Pechino?

«Josefa Idem. Mi piace la sua grinta, l'autorevolezza. E poi era alla sua settima edizione, proprio come me».

Lei cosa spera di portare a casa da Pechino?

«Sarà la mia ultima Paralimpiade, sogno una medaglia d'oro nella corsa».

Come si sente nel ruolo di portabandiera?

«Avrò il cuore a mille, io mi emoziono sempre quando entro nello stadio. Figurarsi quando dovrò rappresentare la mia nazione. È un grandissimo onore».

Lei è una bella donna. Non le saranno mancati i fidanzati.

«Malgrado l'handicap, sta pensando? No, non ho mai avuto difficoltà dal punto di vista sentimentale. Ma da tempo ho incontrato l'uomo giusto».

E chi sarebbe?

«Dino Farinazzo. Io lo chiamo "il mio tutto": è il mio allenatore, il mio compagno, il mio amico. Stiamo insieme da vent'anni».

"Il mio tutto" è una definizione sorprendente per una donna autonoma come lei.

«Io sono bravissima a cavarmela da sola, sono tenace, testarda. Ma avere qualcuno con cui condividere speranze e passioni è la cosa più preziosa  della vita. Significa avere proprio tutto, non crede?».

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