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Il dottore e il muratore

di Sabrina Barbieri
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Caro dottore, è vero, non è colpa sua se Fuad e quelli come lui non hanno mai frequentato un corso di nuoto, non sanno parlare l'italiano, non sanno scegliere il look giusto, non sanno che in estate, invece di prendere un pullman stracarico diretto in Africa, potrebbero andare a riposarsi su qualche spiaggia della Costa Smeralda o del Salento...

Caro dottore, è vero, non è colpa sua se Fuad e quelli come lui non hanno mai frequentato un corso di nuoto, non sanno parlare l'italiano, non sanno scegliere il look giusto, non sanno che in estate, invece di prendere un pullman stracarico diretto in Africa, potrebbero andare a riposarsi su qualche spiaggia della Costa Smeralda o del Salento...

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Le parole non dette spesso fanno male. Si vanno a infilare da qualche parte nella testa, o forse nel cuore, e di tanto in tanto, anche dopo molto tempo, premono spigolose per uscire. Meglio parlare al momento giusto, meglio dire sempre quello che si vorrebbe dire. A volte, però, manca la prontezza e l'attimo sfugge. E allora voglio raccontarvi questa storia per fare uscire quelle parole che un giorno ho trattenuto.

È successo a inizio anno, in un Pronto soccorso di Milano. Ero lì da alcune ore, in attesa, dopo visite ed esami, che un medico mi chiamasse per farmi la diagnosi. Eravamo in tanti ad aspettare. C'era anche un uomo che faticava a camminare per il mal di schiena. Veniva da qualche Paese del Nord Africa. Era assieme a un amico che gli faceva da interprete perché l'italiano lo parlava appena. Ecco che arriva il suo turno. Lo chiamano: «Fuad» e un cognome che non ricordo più.

Lo guardo alzarsi dolorante e andare verso il medico. Avrei potuto farmi gli affari miei e invece, per noia e curiosità, mi metto ad ascoltare. Il dottore, un impeccabile sessantenne, bel tipo, snello, capelli curatissimi, guarda una radiografia e dice che, purtroppo, Fuad il mal di schiena deve tenerselo, che non può certo operarsi di nuovo, visto che ha già subito un intervento per un'ernia pochi mesi fa. L'amico-interprete insiste, chiede se proprio non si può fare nulla.

Allora il medico gli domanda: «Che lavoro fa?». «Il muratore» risponde lui. E il medico, allargando le braccia: «Le schiene dei muratori sono tutte così». «Sì, ma ha molto dolore, non può camminare, non può lavorare, ci sarà qualcosa che si può fare! Ci sarà una medicina!» azzarda l'altro. A quel punto il "signore" in camice bianco ha un'illuminazione: «L'unica cosa è il nuoto. Vada in piscina!». «Piscina? Ma come fa?». Poi l'immigrato scuote la testa. «Non può andare in piscina, non sa neanche nuotare» spiega.

Ed ecco che arriva il commento del dottore: «Non è colpa mia se sapete solo fare i muratori». Non è colpa mia se sapete solo fare i muratori? Quelle parole irrispettose, anzi violente, mi gelano, vorrei dire qualcosa, ma me ne sto zitta: un po' per la febbre alta, un po' per la stanchezza, un po' perché cosa t'impicci sempre dei fatti altrui.

Invece avrei dovuto parlare. Avrei dovuto dire: «Caro dottore, è vero, non è colpa sua se Fuad e quelli come lui non hanno mai frequentato un corso di nuoto, non sanno parlare l'italiano, non sanno scegliere il look giusto, non sanno che in estate, invece di prendere un pullman stracarico diretto in Africa, potrebbero andare a riposarsi su qualche spiaggia della Costa Smeralda o del Salento. Non sanno proprio niente. E lei non ha certo colpa di tutto questo. Tuttavia una colpa ce l'ha. Quella di non aver usato la sua intelligenza per capire che cosa sono il rispetto, la solidarietà, l'umanità. Non ha neppure imparato che certe parole fanno più male di una coltellata».

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