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Il sentiero che porta a domani

di Francesca Magni
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Tantissimi bambini italiani, e forse mia figlia, non potranno avere classi con 40 ore e le quattro braccia necessarie per accoglierli. E certo non ne avranno al Sud, dove più ce ne sarebbe bisogno. La scuola finirà prima, come la mia negli anni Settanta: grammatica, tabelline e poi la campanella...

Tantissimi bambini italiani, e forse mia figlia, non potranno avere classi con 40 ore e le quattro braccia necessarie per accoglierli. E certo non ne avranno al Sud, dove più ce ne sarebbe bisogno. La scuola finirà prima, come la mia negli anni Settanta: grammatica, tabelline e poi la campanella...

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Hanno otto, nove anni. Si arrampicano su un sentierino scavato nella montagna: roccia come pavimento, roccia come soffitto. Di fianco a loro il burrone. La didascalia della foto dice "bambini di un piccolo villaggio del Sichuan (Cina) vanno a scuola".

Sfoglio immagini di cronaca in cerca di quelle da pubblicare e, per uno di quei casi che forse casi non sono, anche la successiva racconta una storia simile: a Gaza, davanti alle macerie di un palazzo, c'è una tenda dove un gruppo di ragazzini segue una lezione. Colpisce che hanno tutti facce contente.

Anche mio figlio è contento della sua prima elementare. Ha un maestro grosso grosso e una maestra piccola piccola e insieme fanno quattro calde braccia da cui ognuno dei 22 alunni si sente accolto. Quando gli chiedo come è andata la giornata, mi risponde: «Sono fortunato, vado in una scuola dove non si studia»! In realtà scrive, legge, conta, quello che doveva l'ha imparato perfettamente. E senza accorgersene, perché per apprendere fanno molte cose: disegnano, giocano, recitano, lavorano sulle emozioni mimandole, parlano di sentimenti e di quello che succede nel mondo.

Filippo va in una scuola pubblica vicino a casa, e fa il tempo pieno. Ha due maestri che stanno con lui anche a pranzo e che, per due ore a settimana, sono in classe insieme: sono momenti preziosi, in cui si aiuta chi ha bisogno di recuperare, ci si concentra su esigenze particolari, si va a teatro, al museo, in biblioteca, in laboratorio.

Io lavoro fino a sera, ma se anche fossi a casa nel pomeriggio, non potrei dargli altrettanta ricchezza di stimoli. Non potrei aiutarlo a creare relazioni, a misurarsi con le leggi del gruppo, ad affrontare confronti e frustrazioni, a elaborare solidarietà e amicizia come invece sa fare una scuola strutturata così.

Niente a che vedere con la mia di trent'anni fa: una bravissima maestra, ma solo quattro ore, grammatica, tabelline e poi suonava la campanella. Non c'era tempo per attrezzarsi a vivere in un mondo complesso. Non c'era spazio per essere capiti. Ai fiori che eravamo, veniva data l'acqua, ma non il concime: si diventava istruiti, ma nessuno si preoccupava di farci sbocciare come persone.

Penso a quanto sarebbe utile che il modello di scuola che frequenta Filippo (che a Milano è scelto dal 90 per cento dei genitori, ma al Sud esiste solo nel 10 per cento degli istituti) fosse diffuso in tutte le periferie tristi che non danno futuro... Questa settimana iscriverò in prima l'altra figlia. Sul modulo, accanto all'opzione "tempo pieno di 40 ore" (alternativa a quelle di 24, 27 e 30 ore), c'è scritto: "preferenza subordinata alla presenza di servizi e strutture e alla disponibilità di organico". Ma molti maestri precari l'anno prossimo non saranno confermati.

Quindi tantissimi bambini italiani, e forse mia figlia, non potranno avere classi con 40 ore e le quattro braccia necessarie per accoglierli. E certo non ne avranno al Sud, dove più ce ne sarebbe bisogno. La scuola finirà prima, come la mia negli anni Settanta: grammatica, tabelline e poi la campanella.

Riguardo le foto dei bimbi cinesi e palestinesi. In faccia gli leggi una certezza: il loro riscatto è in classe, perciò arrivarci vale qualsiasi sacrificio. Quel sentiero nella roccia li porta verso il loro domani.

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