La vita dopo l’infanzia in un asilo inferno

Boy standing near corner --- Image by © Erika Svensson/Corbis
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di

Annalisa Monfreda

Quando i riflettori della cronaca si spengono, quando i filmati delle telecamere nascoste escono dai tiggì, che ne è di quei bambini che ogni mattina venivano lasciati dai genitori nelle mani di educatori-orchi? E di quelle mamme e di quei papà consumati dal senso di colpa?

ilaria maggi
Boy standing near corner --- Image by © Erika Svensson/Corbis


Ilaria Maggi ha 36 anni e lavora in una Lottomatica a Firenze. Turni di 8 ore al giorno, talvolta anche di domenica. Poi di corsa a casa, a Pistoia, dove l’aspetta T., 7 anni. Uscito 4 anni fa da un asilo chiamato Cip Ciop dove per 25 mesi è stato regolarmente picchiato, chiuso al buio per ore, costretto a mangiare cibo vomitato e tante altre orribili cose accertate dai magistrati, che hanno condannato le due maestre in secondo grado.


T. non ricorda le violenze, le minacce, l'arsura che gli consumava la gola in attesa di poter bere. Il suo vissuto riaffiora di tanto in tanto la notte, in un sogno ricorrente che fende il buio: una porta chiusa che lui guarda sperando che la mamma venga a prenderlo. Poi tutto torna nel nascondiglio segreto con cui dovrà convivere.

Ilaria, sua madre, ha deciso di ricordare, per sempre. Ha fondato un’associazione, La via dei colori, che sostiene le famiglie che hanno paura di denunciare e le accompagna nel cammino di recupero. Per lei, ogni nuovo caso che bussa alle porte dell’associazione (sono oltre 120 finora) è un passo indietro, un’occasione per rivivere l’orrore. Dopo, però, c’è sempre un passo avanti.

Perché Ilaria è fatta così. «Sono una che ha incontrato dei sassi lungo il percorso. E invece di scansarli o di inciamparci, ho deciso di raccoglierli e di costruirci qualcosa», mi dice.
Che bambini sono T. e i suoi amichetti?

«Te lo spiego con un esempio. Un pomeriggio ero dalla dottoressa e ho visto una signora che non conoscevo con suo figlio. Continuavo a fissare quel bambino finché non ho preso coraggio e ho chiesto a sua madre quale asilo avesse frequentato. Cip Ciop, mi ha risposto. Ma io lo sapevo già, l’avevo capito da come si muoveva. Da come prendeva la faccia della mamma stritolandola fino a farle male e dicendole TiamoTiamoTiamoTiamo, ma con qualcosa dentro che sapeva di sfida».

«Sono bambini dall'intelligenza sottile: molti di loro hanno fatto psicanalisi fin da piccoli e sanno dare il nome alle emozioni. Mio figlio mi dice: "A volte divento triste all’improvviso e non so perché". "Mamma, mi fa male qui, dove c’è il cuore". "Scusa mamma, mi è esplosa la rabbia e non riuscivo a fermarla". E hanno una sensibilità verso il prossimo che è incredibile: ci sono persone tranquille, apparentemente perbene, con cui T. non parla. E se gli chiedi perché, ti dice: "Ha gli occhi cattivi, andiamo via"».

«Ognuno di loro ha una reazione diversa. C'è chi diventa anoressico o bulimico, chi balbetta, chi è depresso, come uno che ha tentato il suicidio a sei anni stringendosi una cintura al collo perché era stato cattivo (la maestra l’ha recuperato per un pelo). E c’è chi, come T., reagisce con l’iperattività».
Come si comportano a scuola?

«Se i depressi o gli anoressici sono facili da gestire, gli iperattivi sono un problema. Si alzano, corrono tra i banchi, scappano all’improvviso. Nascondono la testa nello zaino o dietro la lavagna».

«Chi viene maltrattato a casa, nella scuola vede un rifugio. Mentre chi è stato malatrattato all’asilo, vive la scuola come un inferno. Provoca la maestra per capire quando inizierà a picchiare. E più la maestra urla per calmarlo o per ripristinare l'ordine, più lui diventa iperattivo».

È difficile gestire bambini così in una classe di 25 ragazzi: avrebbero bisogno di un docente di sostegno. Ma per averne diritto, in Italia, è necessaria la certificazione di una patologia, come l'ADHD  (il disturbo da deficit di attenzione). Eppure nessuna delle certificazioni attualmente previste dalle normative italiane sono realmente calzanti sui casi di cui stiamo parlando, e associare a questi bimbi una patologia di cui non soffrono, segnerebbe irrimediabilmente il loro futuro ancora una volta.

Sulla scorta di questa esperienza, Ilaria ha capito che ad avere bisogno di aiuto, sostegno e formazione sono anche le maestre. E così La via dei colori ha aperto a Empoli il primo sportello di prevenzione al burn out per gli insegnanti. E sul sito ha pubblicato un vademecum che aiuti le maestre a gestire i bambini con questo tipo di problemi.

la via dei colori
Boy standing near corner --- Image by © Erika Svensson/Corbis


Com'è il rapporto con gli altri genitori della classe?

«I nostri bambini sono il manifesto di ciò che poteva succedere ai loro. Alcuni ci stanno vicino, ma dalla maggior parte veniamo allontanati come si allontana uno spauracchio».

«La frase simbolo l’ho sentita durante i colloqui con i professori. Mi ero intrattenuta un po' più a lungo con le maestre e dietro di me si era creata la fila. Andando via, mi sono scusata con i genitori in attesa: “È per i problemi di T.”, ho detto. "Sì, ma a parte Cip Ciop che problemi ha suo figlio?", mi ha risposto una madre spazientita».

La reazione spontanea nei primi tempi dopo il trauma è quella di isolarsi e contornarsi solo di persone che possono capire. «Io ho sempre avuto molti amici ma sicuramente di tutte le persone che frequentavo prima di quel 2 Dicembre 2009, ad oggi ne sono rimaste molto molto poche».

E spesso anche la famiglia fatica a capire. «Ti vedono spendere soldi in avvocati, cause, investire ore in cure psicanalitiche. E ti dicono, va avanti, dimentica, passa oltre... come se bastasse un colpo di spazzola».
Cosa succede tra le mura domestiche?

«La prima cosa con cui devi fare i conti è il senso di colpa. Non riesci più a rimproverare tuo figlio. Tendi a voler scontare l'errore che hai fatto comprandolgi cose, perdonandogli tutto. Niente di più sbagliato. Questi bambini, più degli altri, hanno bisogno di regole ferree, di essere contenuti. Ma devi farlo nel modo giusto. Ci sono parole che non puoi usare. Una bambina di Ravenna tutt'oggi fa un balzo quando qualcuno scherzosamente le dice “puzzona”: chissà quali ricordi sono legati a quella parola ».
E tra marito e moglie?

«Si innescano dinamiche strane e accuse non dette tra il genitore che portava il figlio a scuola e l’altro. Molte coppie si sgretolano lentamente. Ma una cosa è certa: il modo in cui reagiscono i genitori è una delle variabili che influenzerà la ripresa del bambino».
«La verità è che questi sono bambini che potranno fare tutto nella vita, ma porteranno sempre con sè una cicatrice, che ogni tanto, quando cambierà il tempo, farà male».


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