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Perché gli insegnanti temono la tecnologia

di Elena D’Incerti, insegnante

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Sbuffano i docenti in sala professori: il registro on line va compilato senza che a volte nemmeno lo si sappia aprire. E infatti molti ne tengono, ormai clandestinamente o quasi, uno cartaceo nella cartella.
Oggetto quasi sconosciuto per qualcuno è anche la Lim: qualche insegnante ne sfrutta solo le potenzialità di lavagna e si limita a usare la penna ottica come si usava il gesso sulla tavola di ardesia fino a pochi anni fa.
Se solo sporadicamente si apre Youtube per un film o una video lezione, se le presentazioni in power point sono una rarità, quasi nessuno usa le peculiarità digitali della lavagna interattiva per interfacciarsi con i devices degli studenti. E pensare che tutto quello che viene scritto dal docente può andare a formare cartelle di appunti condivisi da usare a casa per studiare e il collegamento Internet permetterebbe persino lezioni in videoconferenza.

Come possono cambiare le lezioni grazie alla tecnologia

La Lim non è nemmeno uno strumento così nuovo (ha fatto la sua comparsa quasi dieci anni fa): le scuole più progredite - e in Italia qualcuna ce n’è - hanno già la cattedra digitale: un piano di lavoro che di fatto è lo schermo di un computer, in grado di dialogare con i libri di testo in versione ebook degli alunni. Questo fa sì che gli esercizi si possano svolgere insieme, i compiti assegnati vengano corretti in tempo reale e a tutti gli alunni. Viene facilitato il lavoro di gruppo, si può agevolmente introdurre la classe rovesciata, in cui sono gli studenti a prepararsi a casa e a spiegare interagendo in un modo molto diverso da quello di una lezione frontale.

L’uso della cattedra-schermo può anche diventare un valido aiuto didattico in presenza di alunni con disturbi dell’apprendimento come dislessia, disortografia o discalculia. E, dettaglio non irrilevante, rendendo pressoché inutili i libri tradizionali, finisce per alleggerire i pesantissimi zaini da chili e chili di carta e di fotocopie.

Ma le resistenze a far entrare la tecnologia a scuola sono più diffuse di quanto non si pensi: il cartaceo rappresenta ancora più del 90% del mercato nell’editoria scolastica, come ha sottolineato qualche mese fa Giuseppe Ferrari, direttore editoriale della Zanichelli nel corso di una giornata di studi sul libro digitale organizzata a Milano dall’Università Iulm; le piattaforme digitali si diffondono ma non tutti sanno come e perché impiegarle.

La paura della tecnologia ha radici antiche

Se guardiamo indietro, scopriamo che la paura della tecnologia in fatto di comunicazione e di pedagogia è sempre esistita, connaturata forse al ruolo conservatore che la figura del maestro ha nel nostro immaginario e nella nostra storia. Senza contare che anche molti genitori affidano alla didattica tradizionale molte delle loro sicurezze in materia di educazione.
Due saggisti americani, Cavin C. Pyle e Scott Cunninghm, si sono presi la briga di stilare una lunga e sorprendente lista delle crociate che nei secoli sono state combattute contro il nuovo. La loro linea del tempo del “terrore tecnologico” è persino divertente.

Se anche Platone aveva paura della scrittura...

Ad Atene nel IV secolo a.C. Platone dichiarava la sua preoccupazione nei confronti della scrittura, innovazione epocale rispetto alla trasmissione orale del sapere: secondo lui avrebbe, a lungo andare, limitato le capacità mnemoniche dei giovani (chissà se li avesse visti costantemente alle prese con uno smartphone!).
1400: per tutti noi l’invenzione della stampa coincide con l’inizio dell’età moderna, eppure anche allora ci fu chi, a difesa dei codici vergati a mano, tuonò contro i libri e ne profetizzò la scomparsa nel giro di pochi anni. Se ne temevano addirittura i danni neurologici: troppi libri, secondo lo scienziato tedesco Conrad Gessner, avrebbero “mandato in confusione il cervello”.

E ancora, 1700: guerra ideologica contro la diffusione dei giornali, la cui lettura solitaria avrebbe causato isolamento e allontanamento dal mondo civile. Pochi anni più tardi iniziarono a serpeggiare gli allarmismi verso la fotografia: avrebbe potuto soppiantare la ben più nobile arte della pittura: quanta strada è stata invece percorsa dai dagherrotipi ai selfie, dalle inquadrature fisse color seppia ai grandi maestri dell’immagine; e invece la pittura, pur evolvendosi e magari contaminandosi proprio con la fotografia, è ancora al suo posto.

Orrore anche per la comparsa del telegrafo e del telefono (potenzialmente responsabili di disturbi nervosi e di shock elettrici), o del cinema, che con il realismo mai visto prima d’allora delle sue scene avrebbe terrorizzato il pubblico fino a provocare disturbi nervosi.
E via dicendo fino alla televisione, al computer, al cellulare.

I ragazzi sono un passo avanti 

A ben guardare le paure si focalizzano sempre intorno agli stessi temi: disturbi dell’attenzione e della personalità, limitazione dello sviluppo di capacità cognitive, timori per la socializzazione e le relazioni. Ma la verità è che gli studenti di ogni epoca, dall’agorà ateniese ai nostri licei hanno superato, e stanno superando indenni la prova della sfida tecnologica, rendendosene molto più protagonisti di tanti dei loro insegnanti.

Il digitale continuerà dunque per qualche anno a essere guardato con sospetto e forse con un po’ di sufficienza nei luoghi del sapere e dell’istruzione. La contesa mai sopita tra innovazione e tradizione non impedisce però che nuove abilità si facciano strada tra i nostri ragazzi, che alla fine sono i veri animatori degli ambienti digitali che le scuole costruiscono con fatica.
Quanto manca perché l’aula 3.0, il piccolo laboratorio informatico in cui i vecchi banchi sono postazioni di lavoro interattivo, diventi realtà?

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