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La vittoria del male

di Antonella Trentin
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Per un mese in tanti avevano pensato che fosse un nuovo caso Cogne. Invece il rapimento e l'omicidio di Tommaso Onofri si sono rivelati opera di una banda di balordi. Una storia drammatica che lascia aperti interrogativi inquietanti. Come possono gli uomini essere così feroci? Ma anche: cosa si nasconde in tante famiglie? Abbiamo raccolto il parere degli esperti

Per un mese in tanti avevano pensato che fosse un nuovo caso Cogne. Invece il rapimento e l'omicidio di Tommaso Onofri si sono rivelati opera di una banda di balordi. Una storia drammatica che lascia aperti interrogativi inquietanti. Come possono gli uomini essere così feroci? Ma anche: cosa si nasconde in tante famiglie? Abbiamo raccolto il parere degli esperti

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Nessuna pietà. Nella morte del piccolo Tommaso Onofri, rapito il 2 marzo e trovato cadavere il 1° aprile, colpisce la spietatezza dei suoi assassini. Ma colpisce anche la vicenda dei due genitori che, per un mese, l’opinione pubblica non ha saputo se considerare vittima o complice. Le sconvolgenti accuse rivolte al padre, nel cui computer sono state ritrovate immagini pedopornografiche, hanno risvegliato le stesse angosce di un altro spaventoso delitto. Anche lì la vittima era un bambino: Samuele Lorenzi, 3 anni, ucciso con 17 colpi alla testa il 30 gennaio 2002, nel lettone dei genitori. «E se quello di Tommy fosse un nuovo caso Cogne?» si è chiesto il conduttore di Porta a Porta, Bruno Vespa, dando voce a un interrogativo diffuso.

In entrambe le storie c’è stato un paradossale ribaltamento dei ruoli: la famiglia, colpita dalla perdita di un figlio, è finita sul banco degli accusati. A ragione o a torto, chi soffriva è diventato un presunto colpevole. «Dovrebbe servirci da lezione» dice il criminologo Vincenzo Mastronardi. «Non si può sospettare di qualcuno sulla base delle espressioni del volto, non basta. Servono prove». Oggi sappiamo che la storia di Cogne era diversa. Ma se i due casi sono parsi simili è perché entrambi sembravano ricondurre allo stesso contesto: famiglie che celano e proteggono terribili segreti. E questo vale innanzitutto per la famiglia dei rapitori di Tommy, Mario Alessi e la sua compagna Antonella Conserva. Genitori di un bambino di 6 anni, eppure aguzzini (con il terzo complice Salvatore Raimondi) di un bambino (al momento in cui chiudiamo, domenica 2 aprile alle 14, sono questi tre gli accusati).

«Stupisce l’atteggiamento della donna» nota lo psichiatra Paolo Crepet. «È restata a fianco del suo uomo anche quando questi è stato accusato di aver violentato una ragazza. Ed era pronta a fare da carceriera a un piccolo di 18 mesi. Con buona pace dell’idea di madre». Impressiona la freddezza e il cinismo col quale il manovale Mario Alessi ha dichiarato ai giornali: «I bambini sono angeli, io che sono un padre non li toccherei mai». Comportamenti che mettono a nudo, dice Crepet, quanto artificiosa sia la normalità di alcune famiglie. «Non sempre le nostre case sono luoghi d’amore e di comunicazione. Talvolta nascondono segreti inconfessabili, protetti da strane connivenze tra coniugi».

Non sappiamo se anche Annamaria Franzoni custodisca mostruosi segreti in un angolo della mente, ma la sua aria fredda, anaffettiva, crea sconcerto. E così Paolo Onofri pareva altrettanto impenetrabile, reticente. «L’impressione della gente era che né la Franzoni, né il padre di Tommy la raccontassero giusta» dice il criminologo Francesco Bruno. «La mamma di Cogne sostiene di essersi allontanata da Samuele solo otto minuti. Nessuno riuscirebbe in quel lasso di tempo a compiere un omicidio e fuggire imbrattato di sangue. Anche Onofri raccontava una storia confusa, piena di lacune. La differenza è che nel primo caso ci sono prove certe, il pigiama della madre imbrattato di sangue, come credo confermerà anche la nuova perizia che verrà discussa in tribunale a Torino l’11 aprile. Nel secondo caso, invece, la prova è un’impronta sul nastro adesivo che legava Paola e Paolo Onori, un’impronta che ha reso identificabili i rapitori». In entrambe le storie, a Cogne come a Parma, ha stupito la grande, cocciuta solidarietà tra coniugi.

«Stefano Lorenzi non ha mai mostrato dubbi sulla moglie e si è sempre battuto per dimostrarne l’innocenza» riflette Ilaria Cavo, cronista giudiziaria e collaboratrice di Porta a Porta, programma per il quale ha seguito la storia di Cogne. «Paola Pellinghelli, mamma di Tommy, si comporta nello stesso modo. Agli occhi di tanti ha la colpa di difendere il marito anche dopo la scoperta delle foto pornografiche. E qualche giorno dopo, anzi, permette che le faccia una carezza davanti alle telecamere». In entrambe le vicende, poi, la scena del reato è stata inquinata dall’inizio. A Cogne per il via vai di soccorritori. «A Parma il cascinale degli Onofri è stato messo sotto sequestro solo 12 giorni dopo il rapimento» si scandalizza Bruno. «Per non parlare della scena inverosimile della polizia che cancella la scritta minacciosa rivolta al padre “Ne hai abbastanza?” e i carabinieri del Ris che più tardi si affannano a recuperarla». È rimasta però l’impronta di un rapitore sul nastro adesivo che ha legato gli Onofri. Tutti speravano servisse alla salvezza di un bambino. Invece è servito solo per aver conferma di una morte barbara, senza pietà.

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