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Luana, che ha inventato la ristorazione narrativa

di Annalisa Monfreda

Un caffè con Donna Moderna

Questa storia inizia in un ristorante, che non ha nulla dei ristoranti che meritano un articolo. Non ha stelle, non ha chef star e, a dirla proprio tutta, non ha neppure aperto. Però ha un nome (Fork in progress), un luogo (nel centro storico di Foggia) e un progetto: diventare la prima catena di ristorazione narrativa, dove anziani a rischio di emarginazione sociale e studenti dell’istituto alberghiero cucinano a vista i piatti della tradizione locale.

6 coppie di “nonni” e “nipoti” senza alcun legame di sangue, che si alterneranno ai fornelli un giorno alla settimana, portandosi dietro le loro ricette e, come ingrediente speciale, le loro storie.

Ce n’è abbastanza per conquistare chi, come me, vede nella competizione tra le generazioni una delle storture dell’Italia contemporanea. Questo progetto è geniale: devo assolutamente scoprire chi c’è dietro, mi sono detta.



 

Ed è così che ho conosciuto Luana, che ama raccontare le storie al contrario, partendo dalla fine.

Luana Stramaglia ha 27 anni ed è appena tornata a Foggia, dopo la laurea a Bari, l’Erasmus a Parigi, le ricerche per la tesi a Ginevra, uno stage a Roma, il servizio civile a Milano e il programma Leonardo a Siviglia.

8 anni di nomadismo, durante i quali «ogni ritorno mi piaceva sempre più di una nuova partenza», mi confessa. «Quindi posso dire che partivo per il piacere di tornare».

Il biglietto di sola andata per Foggia se l’è conquistato con un’idea nata «in un inverno di noia assoluta, ozioso, anche un po’ triste». Nel giro di pochi mesi, l’idea è divenuta progetto e, con l’aiuto della sorella Tania, ha vinto il bando Principi Attivi 2012 della Regione Puglia.



 

Un attimo. Ma perché Luana in quell’ozioso inverno in cui cercava l’idea per un business dal valore sociale ha pensato proprio agli anziani?

«Sono nata udente da due genitori sordi, giovani e avventurieri. Che fin da quando avevo sette mesi, mi hanno lasciata dai nonni per andarsene in vacanza con gli amici nell’ex Yugoslavia. Quella volta tornarono indietro per la nostalgia, ma da allora è sempre stato così: nonne guardiane del faro e genitori marinai. Le nonne mi hanno tirato fuori le prime parole, le nonne mi facevano gli scherzi per verificare la qualità del mio udito e sempre a loro telefonavo dopo un esame all’università per gioire della lode».

Aspetta, aspetta Luana. Ma cosa c’entrano i tuoi nonni speciali con gli anziani disagiati? Nulla, appunto. Fork in progress non nasce da un bisogno, ma da un’emozione, perché Luana ha imparato dal suo professore di progettazione che «il coinvolgimento emotivo determina la qualità di un progetto».

L’emozione di Luana è nonno Peppe, che dopo una vita da agente di commercio con l’hobby dell’agricoltura si è ritrovato senza una gamba per uno stupido incidente. «Una turbolenza inaspettata che l’ha portato a settant’anni a ripensare la sua vita. È stato incredibile assistere alla trasformazione di un nonno casalingo che, tolta la cravatta e indossato il grembiule, ha iniziato a usare la cucina per continuare a prendersi cura dei prodotti della sua terra e come strumento di comunicazione affettiva».



 

L’intuizione di Luana è stata questa: quella comunicazione affettiva brevettata da nonno Peppe poteva regalare una vecchiaia attiva a una ventina di nonnetti della Fondazione Maria Grazia Barone di Foggia e un’educazione informale agli studenti dell’alberghiero Einaudi.

Non ci sono rapporti di parentela tra i giovani e gli anziani coinvolti. «Perché è facile amare i propri nonni. Diverso è imparare a relazionarsi con una persona anziana estranea e saperla apprezzare. La stessa cosa vale per gli anziani, che guardano la nostra generazione senza capirla, spesso sopportandola. Farli lavorare assieme sviluppa una capacità di ascolto e comprensione che arricchisce la propria cassetta degli attrezzi per far funzionare la società».

E così, a partire dal prossimo settembre, due mondi lontani anni luce si incontreranno nella cucina di un ristorante, in una città con uno dei più bassi livelli di vivibilità.

Che possa ripartire da qui una delle rivoluzioni di cui ha bisogno l’Italia? Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate e se conoscete altre storie di collaborazione riuscita tra giovani e anziani.

 

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