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Ti sei mai pentita di essere diventata madre?

di Silvia Calvi
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«Tornassi indietro, non farei un figlio». L'avete mai pensato? 23 donne l'hanno confessato a una sociologa israeliana. Che, con il suo libro, infrange un tabù e fa discutere in tutto il mondo

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«Tornassi indietro, non farei un figlio». L'avete mai pensato? 23 donne l'hanno confessato a una sociologa israeliana. Che, con il suo libro, infrange un tabù e fa discutere in tutto il mondo

Possiamo essere pentite di tutto, ma non di essere diventate madri. Quello è inaccettabile. Un pensiero vergognoso che non si può dichiarare e va scacciato subito via. Finché la sociologa israeliana Orna Donath ha trovato 23 donne, molto differenti fra loro, che hanno rotto questo tabù. Con due o tre bambini, sposate o divorziate, alcune già nonne, tutte pentite di avere fatto figli. Come Doreen, 38 anni, che dice: «Li amo immensamente, ma rinuncerei a loro senza batter ciglio». Orna Donath ne racconta le storie in Regretting Motherood (Pentite della maternità, disponibile online ma non ancora in italiano), che sta facendo discutere il mondo.  

Come può accadere?

Tra le testimonianze raccolte nel saggio leggiamo quella di Atalya, 45 anni: «Se faccio un bilancio, concludo che non ne vale la pena. Il sorriso di mio figlio non mi compensa affatto di tutti gli altri obblighi dell’essere madre». Oppure Tirtza, 57 anni: «Dalla settimana dopo la nascita del bambino ho capito che non era cosa per me. E non solo non era ciò che desideravo, ma era un incubo». E ancora Odelya, 26 anni: «Il problema è, semplicemente, che sto rinunciando alla mia vita. Gli sto dando troppo, per quanto mi riguarda».

Ciò che salta all’occhio in queste storie è l’ambivalenza dei sentimenti espressi: nessuna delle intervistate odia o maltratta i propri bambini. Al contrario, sono tutte donne attente, presenti e amorevoli. Che, allo stesso tempo, hanno avuto la lucidità necessaria per fare un bilancio e giungere alla sorprendente conclusione di aver commesso un errore. 

Capita, ma dura un attimo

«A tutte succede, prima o poi, di pensare: “Chi me l’ha fatto fare?”» spiega Cristina Caselli, psicologa dei cicli della vita all’Università Cattolica di Milano. «La lista delle rinunce legate alla maternità è molto lunga. Troppo, in un’epoca in cui l’affermazione personale e la felicità individuale sono due istanze imprescindibili. Così, nei momenti di stanchezza, il dubbio di aver commesso uno sbaglio, il pensiero che la propria vita senza piccoli da educare sarebbe migliore, più movimentata e felice, affiora eccome! In genere, però, non lo si dice a nessuno, nella certezza di non essere comprese e di venire giudicate». Invece, che sollievo sarebbe riuscire ad ammetterlo e scoprire che anche altre donne non considerano sempre meravigliosa l’esperienza della maternità. E non per questo sono dei mostri. 

Quando diventa una certezza

«È quando il sentimento di delusione si radica al punto da non abbandonarti più, che le cose si fanno difficili» commenta Cristina Caselli. «Perché occorre conoscersi molto bene ed essere donne perfettamente equilibrate (ma chi lo è davvero?) per riuscire ad amare i figli anche da “pentite”. Altrimenti, c’è poco da fare, i bambini avvertiranno l’insofferenza nei loro confronti. E se la sensazione di essere un peso si insinua nella testa dei figli rischieranno di crescere senza quelle dosi di amore, attenzione, autentica partecipazione alla loro vita che, come dimostrano gli studi, sono fondamentali. Perché sono gli ingredienti che compongono la resilienza, cioè la capacità di un individuo –da adulto- di non soccombere alle difficoltà». Sentire di non essere amati nell’infanzia, insomma, produce sempre conseguenze nella vita adulta.

Meglio reprimere questo sentimento?

«No, mai mentire a se stesse» aggiunge Cristina Castelli. «Io suggerisco di confessarlo. A sé e al compagno, tanto per cominciare, e sarà già un atto liberatorio. Che spazzerà via quel misto di vergogna e inadeguatezza prodotti nello sforzo di tenersi dentro questo pensiero. Allo stesso tempo, consiglio di fare molta attenzione: guai a scaricare sul figlio, incolpevole dei nostri errori di valutazione, il proprio pentimento. L’aiuto di uno specialista, in questi casi, diventa prezioso per trovare un equilibrio tra l’onestà verso se stesse e le esigenze di un bambino». 

Per cambiare serve una riflessione 

«Uno dei meriti del saggio della professoressa Donath è indubbiamente l’aver sollevato il velo su un’altra questione tabù: cioè quanta pressione sociale ci sia nei confronti della maternità» commenta Laura Rivolta, psicologa e sessuologa. «Come se fare figli fosse l’unica realizzazione possibile, una tappa obbligata, il destino segnato di ogni ragazza. Così, ancora oggi, molte diventano madri per una sorta di automatismo, aderendo a una convenzione sociale, senza chiedersi se è ciò che vogliono. Mentre altre, al contrario, devono continuamente giustificarsi per il fatto di non averne avuti». Speriamo che la mentalità comune cambi. Speriamo che, in futuro, potremo incontrare donne felici di avere un bambino e altre che, serenamente, hanno fatto scelte diverse. Senza che nessuna si debba sentire di “serie b”» conclude l’esperta. 

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