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Maternità e lavoro: figlio mio nasci pure purché non disturbi

di Antonella Trentin
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Rachida Dati, al lavoro a 5 giorni dal parto, non è un caso isolato. Aumentano le donne che restano in ufficio sino all'ultimo, o ci tornano subito dopo la gravidanza. Che programmano la nascita col cesareo. Che affidano tutto il giorno al nido o ai parenti il bimbo ancora piccolissimo. Madri snaturate? No, oggi è sempre di più una necessità

Rachida Dati, al lavoro a 5 giorni dal parto, non è un caso isolato. Aumentano le donne che restano in ufficio sino all'ultimo, o ci tornano subito dopo la gravidanza. Che programmano la nascita col cesareo. Che affidano tutto il giorno al nido o ai parenti il bimbo ancora piccolissimo. Madri snaturate? No, oggi è sempre di più una necessità

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Chissà che dolore quei tacchi a spillo, indossati solo cinque giorni dopo il cesareo, per andare in pompa magna all'Eliseo! Rachida Dati, 43 anni, rampante ministro della Giustizia francese, probabilmente non aveva scelta: se non si fosse precipitata alla riunione di governo, appena uscita dalla clinica, avrebbe rischiato di essere fatta fuori.

Femministe e media hanno infilzato il ministro (che a primavera lascerà l'incarico per candidarsi alle europee) come San Sebastiano: con quel gesto, lei, drogata di potere, ha messo a repentaglio i diritti di tutte le altre donne che dopo anni di lotte hanno conquistato 16 settimane di congedo maternità. Eppure Rachida non è sola: sono sempre più le signore ai posti di comando che non vogliono rinunciare né alla carriera né alla prole.

Sarah Palin, detta barracuda, 5 figli, si è fatta la campagna elettorale come aspirante vicepresidente degli Stati Uniti, con l'ultimo bebè affetto da sindrome di Down in braccio, mentre il ministro della Difesa spagnolo Carme Chacón all'ottavo mese di gravidanza è volata in Afghanistan a visitare le truppe.

«I figli delle donne in carriera vengono al mondo in punta di piedi, non devono disturbare» dice Anna Oliverio Ferraris, docente di Psicologia dello Sviluppo all'Università La Sapienza di Roma. «Tutti elogiano queste madri titaniche, ma dei bambini chi si preoccupa? È noto che nei primi due anni di vita si crea l'attaccamento madre-figlio. Se lei non c'è mai, il piccolo sarà poco sicuro di sé e meno aperto ai rapporti sociali. Però si fa finta di niente».

Dunque tenere tutto assieme è un delirio di onnipotenza? No, la condizione di "super mom", come la chiamano gli americani, non è un capriccio ma una necessità. «Rachida aveva impegni pubblici da rispettare e l'ha fatto, quindi chapeau» ha commentato il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo. «Del resto, quand'è nato Gian Maria, sono tornata al ministero dopo un mese e ho creato un asilo nido per i dipendenti. Non potevo affidare un neonato sempre alla baby-sitter, così l'ho portato con me».

Lo stesso destino è toccato a Giovanna Melandri. «Quando sono stata nominata ministro» racconta «Maddalena aveva appena un mese. È stata durissima, per fortuna avevo una tata e mio marito mi ha dato veramente una mano. La società non permette alle donne con responsabilità di dedicarsi ai bambini. Una volta non andai alla prima della Scala perché dovevo allattare Maddalena: successe il finimondo!».

Le super mom non si concedono un attimo di sosta, né prima né dopo il parto. La bella moglie di Totti, Ilary Blasi, in attesa di Chanel, ha condotto Le Iene con un fiero pancione. Camila Raznovich, incinta, ha appena cominciato il programma Tatami su RaiTre e ad aprile ne terrà un altro Amori Criminali. «La bambina nascerà a luglio» spiega. «Nulla di eroico: le donne hanno sempre lavorato durante la gravidanza. Politiche, star di Hollywood e dello spettacolo sono delle privilegiate».

Tra le mamme comuni, ben il 19 per cento getta la spugna: nel primo anno di vita del bambino si licenzia e torna a casa. Le altre, l'81 per cento, quelle che non possono rinunciare al lavoro, invece, sono costrette a far finta di scordarsi del bebè per gran parte della giornata, consegnandolo ai nonni, oppure ad asili e baby-sitter. E confessano problemi e paure ai siti per mamme (3.500 in Italia).

Come Laura, neomadre disoccupata, che su momblogitalia.ning.com pochi giorni fa ha scritto: «Il problema è quando ho iniziato a cercare lavoro. Ecco la famosa domanda: "Ma il bimbo glielo tiene qualcuno?". O anche: "Ma quando esce dall'asilo ha qualcuno che lo va a prendere?". Non è neanche legale, ma chi lo può dire a un futuro datore di lavoro? A me viene da rispondere che no, quando mio figlio esce dal nido ha le chiavi della macchina, va a casa da solo e ci prepara anche la cena... la cosa che mi fa rabbia è che a mio marito non farebbero mai la stessa domanda».

Così, che piova o ci sia la tormenta, che il piccolo urli disperato o tossisca, il 13,5 per cento dei neonati fino a tre anni trascorre la giornata in un asilo pubblico, il 13,5 in un nido privato e il 9,5 viene gestito da una tata. E chi non può permetterselo per i costi elevatissimi, ricorre ai parenti o alle vicine di casa.

«Le mamme arrivano da noi quando hanno ancora il pancione» spiega Francesca Messi, coordinatrice educativa e pedagogica dell'Asilo In Crescendo a Roma. «In genere sono professioniste che non possono allontanarsi a lungo dal lavoro. Prima dell'inserimento del figlio al nido, facciamo loro un corso di preparazione per abituarle al distacco, altrimenti c'è il rischio che non reggano lo stress».

Valentina Vezzali, campionessa di scherma, è sostenuta 24 ore su 24 da un'intrepida nonna. «Mia madre Enrica ha fatto i cento metri col passeggino, scorazzando il nipote sulle piste di atletica mentre mi allenavo» sorride. «Allo sport non rinuncio, così devo fare miracoli. Sono tornata ad allenarmi 18 giorni dopo il parto e quattro mesi dopo ho vinto i mondiali».

In America non sarebbe poi così strano. «Alcune aziende permettono alle lavoratrici di tenere i neonati in ufficio» dice Francesca Zajczyk, docente di Sociologia all'Università di Milano Bicocca «ma decurtano loro lo stipendio del 20 per cento per compensare un prevedibile calo di produttività. Anche in Italia periodicamente qualcuno propone di accorciare il congedo di maternità o di renderlo facoltativo. Sarebbe un grave errore che discriminerebbe ancora di più le donne. Ma non mi sento di colpevolizzare quelle che, per motivi eccezionali, non usufruiscono del periodo d'assenza».

Nessuna donna, oggi, può permettere che i figli condizionino la carriera. A cominciare dal parto, che dev'essere rapido, programmato, indolore. «Questo spiega l'incredibile aumento dei cesarei, in alcune regioni del Sud ha raggiunto il 60 per cento» avverte Giorgio Vittori, presidente della Sigo, la Società italiana di Ginecologia e Ostetricia. «A chiederlo sono le donne, che ormai hanno il primo e spesso unico figlio a 35 anni. Non vogliono imprevisti, né sofferenza».

Nascita a parte, la vita delle super mom è un percorso a ostacoli. Le difficoltà più grandi? Gestire i sensi di colpa e ritagliarsi un po' di tempo per stare con i figli. Malgrado tutto. «I ricatti morali devono essere aboliti» sostiene Flavia Rubino, manager con due figli, ideatrice di www.veremamme.it. «Le donne devono sentirsi libere di scegliere. C'è chi è gratificata da una vita sempre di corsa o da un ruolo di responsabilità. E allora? Sono ottime genitrici.Non esistono modelli unici. Io ho avuto il mio primo figlio mentre lavoravo in Grecia, poi mi sono trasferita a Londra e mio marito per un anno si è occupato del bambino».

«Le donne in carriera devono imparare a gestire meglio il tempo: quello aziendale, frenetico, tutto rivolto a un obiettivo, e il tempo mamma, per gli affetti» confessa Maria Cristina Bombelli, docente di comportamento organizzativo all'Università Bicocca di Milano. «Ma se avessi dedicato tre anni a ogni mio figlio, come mi consigliò una psicologa, forse mi sarei suicidata o sarei stata una pessima madre».

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