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Le storie di chi è ricorso alla maternità surrogata

di Emanuela Zuccalà
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Ci sono Erminio e Marco con il piccolo Elia, nato in una clinica di Los Angeles grazie a una donna portatrice. E Marta, che ha coronato il suo sogno dopo tante sofferenze. Ecco le storie di chi è andato all'estero per riuscire ad avere un bambino

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Ci sono Erminio e Marco con il piccolo Elia, nato in una clinica di Los Angeles grazie a una donna portatrice. E Marta, che ha coronato il suo sogno dopo tante sofferenze. Ecco le storie di chi è andato all'estero per riuscire ad avere un bambino

ERMINIO E MARCO: «LA NOSTRA È UNA SCELTA D’AMORE»

“Proprio io, che per la legge italiana non sono nessuno, per questo bimbo rappresento il primo punto di riferimento”. Erminio Lissana, 50 anni, ci parla mentre il piccolo Elia di 9 mesi dorme fra le sue braccia. Lo avevamo incontrato due anni fa quando lui e il compagno Marco Tagliabue iniziavano il percorso per diventare genitori. Una clinica di Los Angeles, un’ovodonatrice, una donna “portatrice” dell’embrione e infine, lo scorso aprile, la nascita di Elia.
“Ho tagliato io il cordone ombelicale” sorride Erminio, che ha lasciato il lavoro di agente immobiliare per prendersi cura del neonato a tempo pieno. È Marco il padre biologico: “Ci siamo organizzati con scritture private, affinché in sua assenza io possa essere il tutore del bimbo. Una step-child adoption avrebbe reso le cose più semplici”.

Una paternità naturale
Erminio ammette che il loro caso è stato molto fortunato: “La portatrice è rimasta subito incinta e ha avuto una gravidanza tranquilla” spiega “e che emozione quando ci mostrava le prime ecografie via Skype. Siamo ancora in contatto con lei”. Le mille paure iniziali si sono dileguate subito: “Mi chiedevo “Sarò in grado di accudire un neonato? Non sono una donna, non ho idea di cosa sia l’istinto materno”. Ma con Elia mi viene tutto naturale e forse è solo, banalmente, l’istinto paterno”.

La gente capisce
Erminio e Marco vivono in provincia di Milano, in un paese piccolo, “ma devo ammettere di non aver mai avvertito sguardi di disapprovazione” precisa Erminio. “Quando il piccolo andrà all’asilo, cominceremo a spiegargli che lui, sebbene non abbia una madre, gode dello stesso amore di tutti gli altri bambini. Anzi, forse di più, perché è stato fortemente voluto. Prima di iniziare questo percorso pensavamo di essere unici, ma poi abbiamo conosciuto tante famiglie come la nostra. E per favore, chiamatela “gestazione per altri” o “maternità surrogata” e non più “utero in affitto”: è un’espressione che si usa solo in Italia, con l’intenzione di denigrare chi vi ricorre. Invece la nostra è semplicemente una scelta d’amore”.

 

MARTA: «NON SIAMO PENTITI, È L’UNICA STRADA»

Marta era stremata: 5 fecondazioni fallite, 4 aborti, le pratiche per l’adozione. «Ma a un mese dall’arrivo del bambino, mio marito è morto. Per  legge, io da sola non potevo adottare». Il buio, poi un nuovo amore e, a 50  anni, il desiderio di maternità mai spento.

«Ho trovato su Internet un’agenzia  ucraina, ci ha fissato un appuntamento a Kiev. Abbiamo scelto l’ovodonatrice da  un catalogo. Poi ci hanno presentato la portatrice: una 29enne deliziosa, che ci  ha detto che fa questo come lavoro per potersi comprare una casa. Quando ho  assistito all’ecografia è stato come se il bimbo crescesse dentro di me. Questa  è davvero l’ultima spiaggia. Nessuna donna vorrebbe che un’altra portasse avanti  la gravidanza al posto suo. Ma nostro figlio, che ha 2 anni, mi ha dato una  felicità che pensavo di non poter più provare».

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