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Mio figlio è stato ucciso

di Maurizio Dalla Palma
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Federico aveva 18 anni. È morto una notte come tante, mentre rientrava da un concerto. Colpa della droga, dicono le indagini. Ma la madre si accorge che è stato picchiato, accusa la polizia e inizia la sua battaglia. Vuole la verità. E per ottenerla non ha paura di lottare. Come ha spiegato a Donna Moderna

Federico aveva 18 anni. È morto una notte come tante, mentre rientrava da un concerto. Colpa della droga, dicono le indagini. Ma la madre si accorge che è stato picchiato, accusa la polizia e inizia la sua battaglia. Vuole la verità. E per ottenerla non ha paura di lottare. Come ha spiegato a Donna Moderna

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Le fiaccolate nelle strade di Ferrara, gli appelli sui giornali, un diario su Internet raccontano il calvario di una mamma coraggio. Patrizia Moretti, 45 anni, vuole sapere la verità sulla morte di suo figlio. E punta il dito contro la polizia. Suo figlio Federico Aldrovandi, 18 anni, è morto la mattina del 25 settembre 2005 sotto gli occhi di quattro agenti della squadra mobile. Una tragedia che riporta a un altro fatto di cronaca: le botte di tre carabinieri a un immigrato il 19 febbraio a Sassuolo. Ma la morte di Federico non è stata ripresa da nessuna telecamera. E la questura di Ferrara respinge con sdegno ogni accusa. Qual è la verità? Tra indagini e perizie, si attende la decisione di un giudice. Intanto suoniamo alla porta di una casa di Ferrara. Ci apre il papà di Federico, Lino, agente di polizia municipale. La madre, impiegata al Comune, è al secondo piano, nella stanza del figlio. Alle pareti i libri di scuola, un mappamondo colorato e tanti piccoli peluche.

Signora, lei chiede la verità sulla morte di suo figlio: qual è il suo sospetto?

«È molto più di un sospetto: io sono convinta che mi vogliano nascondere quanto è accaduto».

Quando è morto suo figlio?

«Era la mattina presto dello scorso 25 settembre. Federico stava tornando da un concerto a Bologna. A casa non ci è mai arrivato. Qualcuno alle 5 e 54 del mattino ha chiamato il 112: mio figlio faceva chiasso per strada. Tirava calci ai cancelli e ai portoni. Sul posto è arrivata la polizia».

Poi cos’è successo?

«Qui si apre un buco nero. Mio figlio era vivo quando sono arrivati gli agenti. Venti minuti dopo, alle 6 e 16, il cuore di Federico non batteva più».

Perché?

«Lo chiedo alla polizia. Di sicuro mio figlio ha preso un sacco di botte».

Quando ha saputo che era morto?

«Dopo cinque ore. Al risveglio io e mio marito ci siamo accorti che Federico non era in casa. Lo abbiamo cercato al cellulare. Sul display del suo telefonino sicuramente sarà comparsa la parola “mamma” ma nessun poliziotto ha risposto. Abbiamo telefonato agli ospedali. Un incidente d’auto? Federico stava male? Alle 11 due poliziotti in divisa e uno in borghese hanno suonato alla porta: così ho saputo che mio figlio non c’era più».

Le hanno spiegato perché era morto?

«Neppure una parola».

Quando ha capito che c’era stata una colluttazione?

«Non subito. Lo zio di Federico, vedendo le ferite in obitorio, ha pensato a un incidente d’auto. Ma subito dopo l’autopsia ho capito che mio figlio aveva ricevuto dei colpi. Sono rimasta impietrita. E mi sono chiesta: mio figlio era stato picchiato?».

La polizia lo nega.

«Ma se lo ha ammesso perfino un rappresentante del governo! La polizia, per fermare mio figlio, ha rotto due sfollagente».

È vero che suo figlio si era drogato?

(Patrizia risponde con un filo di voce) «Sì, mio figlio aveva preso un trip, un francobollo che si lecca».

Secondo i periti della procura è morto perché i polmoni e il cuore non hanno retto alla stanchezza e alla droga.

«Non ci credo. I medici che ho consultato danno la colpa a un’asfissia posturale. Mio figlio è stato tenuto a pancia in giù, ammanettato, con un agente inginocchiato sulla schiena. Il cuore e i polmoni non hanno retto all’agitazione e alla paura».

Suo figlio aveva problemi di tossicodipendenza?

«No. I suoi amici mi hanno raccontato che solo una o due volte Federico aveva preso qualcosa».

Lei pensa che avrebbe potuto fare di più per tenere suo figlio lontano dalla droga?

«È sbagliato drogarsi: quante volte ne abbiamo parlato e quante volte Federico mi ha risposto di stare tranquilla!».

Forse suo figlio, quella mattina, non era in sé e ha reagito con violenza agli agenti.

«Forse mio figlio aveva la coscienza alterata da quel po’ di droga che aveva preso, forse ha cercato di difendersi. Ma questo non spiega nulla!».

Che cosa bisogna spiegare?

«Come devo dirlo? Federico era un ragazzo di 18 anni, disarmato, che non aveva mai fatto male a nessuno.

Quella mattina era fuori di sé? La polizia doveva chiamare un’ambulanza, non usare lo sfollagente».

Qualcuno ha scritto che suo figlio era vestito come un giovane dei centri sociali.

«A parte il fatto che non mi sembra una giustificazione delle violenze, cosa vuol dire che era vestito come un ribelle? Federico indossava un giubbino e una felpa. Perché vogliono descriverlo come un ragazzo difficile?».

Cos’è successo dopo il funerale?

«Non ho più sentito nessuno. Mi sarei aspettata un’indagine, degli approfondimenti. Invece hanno impiegato cinque mesi solo per portare a termine la perizia medica».

In gennaio lei ha aperto un blog, un sito Internet per denunciare l’intera vicenda: perché lo ha fatto?

«La vigilia di Natale è stata terribile. Sono andata al cimitero, mi sentivo sola al mondo. Avevo bisogno di sfogarmi e in gennaio ho pubblicato le mie riflessioni su Internet. Non c’è stato bisogno d’altro: ho ricevuto centinaia di messaggi, la solidarietà di mamme, papà, ragazzi».

E se alla fine la giustizia non dovesse darle ragione?

«Non mi fermerò. La morte di Federico va al di là del singolo evento e riguarda tutti noi. Non possiamo dimenticarlo».

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