del

Quando nella Taranto dell’Ilva ho scoperto il cimitero rosa confetto

Vota la ricetta!

Ci ero andata per raccontare l'Italia che moriva di lavoro. Ho trovato una città sotto ricatto: morire di cancro tra dieci anni o di fame tra un mese?

Un caffè con Donna Moderna

Ci ero andata per raccontare l'Italia che moriva di lavoro. Ho trovato una città sotto ricatto: morire di cancro tra dieci anni o di fame tra un mese?

Qualche anno fa ho viaggiato dalle Alpi all'Irpinia per raccontare l'Italia che moriva di lavoro.

Quando mi sono fermata nella Taranto dell'Ilva c'è una cosa che ha colpito la mia attenzione: il cimitero rosa confetto. Non scherzo: un'intera fila di cappelle erano dipinte di rosa.

Non era l'ultima moda in fatto di estremo saluto. Bensì un espediente per mascherare l'ossido di ferro che vi si depositava. Perché le cappelle in questione erano quelle che disegnavano il perimetro esterno del luogo sacro più vicino all'impianto siderurgico.

Forse un giorno si riuscirà a passare una mano di colore anche sui polmoni dei dipendenti Ilva. Per adesso, la gente continua a morire.

L'ultimo è il piccolo Lorenzo, morto due giorni fa a 5 anni per un tumore al cervello: sua madre durante la gravidanza aveva lavorato nel famigerato quartiere Tamburi, quello adiacente alla fabbrica.



Oggi la città si solleva e prende Lorenzo come simbolo della battaglia contro il gigante che da 40 anni mangia ghisa e vomita acciaio in uno dei golfi più belli del mondo.

Questa è la più bella notizia che io possa sentire.

Perché fino a oggi la città ha taciuto. E non parlo delle istituzioni, ma dei cittadini.

Ogni anno, 50 operai dell’Ilva si ammalavano di tumore, eppure le denunce per malattie professionali arrivavano solo dopo la pensione.

«E si stupisce?», mi disse l’allora procuratore aggiunto Franco Sebastio. «L'alternativa, per gli operai, è morire di cancro tra dieci anni o di fame tra un mese. Secondo lei cosa scelgono?».

In una terra dove la disoccupazione giovanile sfiora il 47 per cento, la Fabbrica dà lavoro a mezza provincia. Se ti vuoi sposare e fare un mutuo e avere dei figli... beh, non hai scelta, è lì che dovevi entrare.

Me l'ha detto Salvatore, che vendeva meloni sulla Bari Taranto e che nell'afoso 2 agosto del 2007 ho incontrato al funerale del suo amico Domenico, 26 anni, schiacciato da un tubo di acciaio proprio nella Fabbrica.

Salvatore, per gli amici del paese, era l'irriducibile. Uno dei pochi che nella fabbrica non aveva neppure provato a entrare: «Ho lasciato la scuola al terzo superiore perché ero stufo di stare senza una lira in tasca. Ho lavorato da un carrozziere per sette anni e adesso mi sono messo in proprio. In nero... ma in proprio. Qua è così, o te ne vai o ti accontenti di una vita come la mia. Ma questa vita va bene se hai 25 anni e non hai la ragazza».

Il suo amico Domenico stava per sposarsi. È divenuto la vittima numero 188. E non è stata l'ultima.

Oggi, qualcuno finalmente pagherà per questo: 27 ex dirigenti dell'Ilva sono stati condannati in primo grado per omicidio colposo plurimo e disastro.

Eppure non sarà fatta vera giustizia fino a quando ci sarà ancora qualcuno disposto a morire per un posto di lavoro.
Anche voi vivete in terre e in regioni d'Italia dove c'è gente che preferisce rischiare la vita piuttosto che essere disoccupato? Raccontatemi qui le vostre storie


Un caffè con Donna Moderna

Un caffè con Donna Moderna