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Non chiamateli “mammi”. Sono papà che allevano i figli con piene responsabilità

di Giulia Blasi
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Se solo le donne si facessero da parte, almeno un po', gli uomini tirerebbero fuori tutto il loro talento e saprebbero crescere i figli, anche da soli. Molti uomini oggi scelgono di diventare padri adottivi o di figli nati da madri surrogato...

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Vorrei rivelare subito un personalissimo odio per il termine "mammo", che per quanto tenero ha delle implicazioni alquanto antipatiche. La prima è che lascia intendere solo la mamma sia in grado di badare efficientemente ai figli: un padre che è in grado o si presta a farlo è una "mamma con la o", una deviazione dal normale, un fenomeno da descrivere con una parola inventata. Ne deriva, come seconda implicazione, che un papà non possa essere in grado di allevare la propria prole, assumendosi in pieno responsabilità tradizionalmente femminili come pappe, pannolini e poppate notturne (ehi, voi, sapete che c'è anche il latte artificiale? E perfino - oooooh! - il tiralatte?). Su questo assunto millenario, uomini e donne si sono seduti: comodi i primi, scomode ma orgogliose le seconde. E se il papà continua a fare finta che la cura dei figli sia qualcosa che gli spetta in percentuale minoritaria rispetto alla compagna, moltissime donne sono restìe a cedere il passo: vogliono che le cose siano fatte a modo loro, dettano le regole, e se il papà prova a metterci le mani lo ridicolizzano, o spediscono al suo indirizzo una variante di "Spostati, pivello, ci penso io".

Per questo mi ha colpita l'articolo del New York Times in cui si racconta il fenomeno crescente dei padri single. Non padri separati o padri di figli nati da relazioni casuali, ma uomini che scelgono di diventare padri adottivi o di figli nati da madri surrogato. La maggioranza sono uomini gay, ma il numero degli eterosessuali è in crescita. Le motivazioni sono molto simili a quelle delle donne che per avere un figlio si rivolgono a un donatore conosciuto o anonimo: l'amore è qualcosa che ti può capitare in qualsiasi momento della vita, ma per un figlio i tempi sono limitati. Le urgenze biologiche delle donne trovano sempre più spesso uno specchio nelle urgenze emotive degli uomini, che sentono la paternità come qualcosa di necessario

Qui in Italia non può ancora succedere: l'inseminazione artificiale e l'adozione sono limitati alle coppie eterosessuali regolarmente sposate, ufficialmente allo scopo di tutelare i bambini, ufficiosamente per impedire alle coppie omosessuali di formarsi una famiglia usando gli stessi strumenti di quelle eterosessuali. In America, dove il matrimonio omosessuale è attualmente legale in diversi Stati, la fecondazione eterologa è permessa e l'adozione è consentita anche ai single, gli uomini vanno incontro a meno ostacoli nel realizzare il proprio desiderio di essere padri. E, mi viene da ipotizzare, hanno anche meno difficoltà a riconoscerlo ed accoglierlo.

Le storie raccontate dal New York Times colpiscono non per la loro singolarità, ma perché presentano una realtà che ai nostri occhi appare deformata: non siamo abituati ad attribuire agli uomini l'istinto di cura e tenerezza che normalmente, non a caso, chiamiamo "materno". È una questione culturale, dato che il vocabolario anglosassone fornisce il termine nurturing, che si traduce all'incirca come "capace di cura". Alcuni dei padri intervistati hanno raccontato dello scetticismo dei familiari nei confronti della loro scelta; altri mostrano con naturalezza l'ufficio attrezzato a nursery, per i giorni in cui la tata è assente o ammalata.

È proprio quest'ultimo dettaglio che rende il tutto incoraggiante per le donne. Se la cura dei figli diventa un "problema" comune - e i racconti di questi padri sono in tutto e per tutto identici a quelli delle madri in situazioni analoghe - allora forse si cominceranno a studiare soluzioni che vengano incontro alle necessità dei genitori, a prescindere dal sesso: anziché fare come in alcuni paesi (incluso il nostro), in cui ci si limita a scaricare il peso di default sulle madri, e chi s'è visto s'è visto.

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