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Non dimenticate la mia Ingrid

di Sabrina Barbieri
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Dal 2002 la Betancourt è prigioniera nella giungla colombiana. Ma il marito non si arrende. E dice: «Un giorno tornerà a casa»

Dal 2002 la Betancourt è prigioniera nella giungla colombiana. Ma il marito non si arrende. E dice: «Un giorno tornerà a casa»

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C'è un uomo che dal 23 febbraio 2002 non vede la donna che ama. È Juan Carlos Lecompte, 46enne, secondo marito di Ingrid Betancourt, la candidata alle elezioni presidenziali in Colombia ostaggio nella giungla dei ribelli antigovernativi della Farc. Un uomo che bene può immaginare lo stato d'animo in cui si trovano le famiglie di Clementina Cantoni e di Florence Aubenas, da poco liberate in Afghanistan e in Iraq. «Penso che oggi si sentano come fossero in paradiso». Mentre lui continua a vivere in un inferno. Da cui non vede via di uscita.

Signor Lecompte, perché è così pessimista?

«Perché il governo colombiano non ha nessuna intenzione di trattare con i guerriglieri per la liberazione di Ingrid. Mia moglie è un'avversaria del presidente Uribe. A lui non interessa che lei torni libera. Anzi».

Quindi che cosa può salvare Ingrid?

«Possiamo solo augurarci che alle elezioni dell'anno prossimo Uribe venga sconfitto. Ma non credo che accadrà».

Qual è l'ultimo ricordo che ha di sua moglie?

«La rivedo la mattina del 23 febbraio 2002 che si sta vestendo. E mi chiede se sta meglio con la gonna azzurra o quella gialla. E mi dice: "Ci vediamo domani". Non l'ho più vista».

Da quel giorno come è cambiata la sua vita?

«Avevo un lavoro come pubblicitario e oggi non ce l'ho più. Ogni mia energia è dedicata alla lotta per liberare Ingrid. Vivo dei risparmi e di qualche lavoro fatto ogni tanto. Ma è giusto così. Anche se so che tutto questo potrebbe essere inutile. E che mia moglie potrebbe morire, uccisa dai ribelli, dalle malattie o in uno scontro militare».

Come se la immagina oggi?
«Forte, fortissima. Più di prima».

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