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Non è la prima volta che Gravina fa i conti col male

di Stefano Cardini
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Cosa accade a una comunità che affronta la sparizione di due ragazzini con il ricordo recente di un terribile delitto? E vive travolta dal sospetto? Per cercare la risposta abbiamo parlato con la gente. E abbiamo capito che in questo centro della Puglia nulla è come sembra

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«Perché è successo di nuovo? Abbiamo paura di chiedercelo». Carmela Riviello è una mamma di Gravina in Puglia, il paese in provincia di Bari che dal 5 giugno, giorno della scomparsa di Francesco e Salvatore Pappalardi, 13 e 11 anni, è diventato tristemente famoso in tutta Italia. La incontriamo nell'asilo che dirige, di fronte al commissariato di polizia. Dalla finestra salgono lo strepito delle gomme delle volanti e il brusio di curiosi e giornalisti a caccia di notizie. Gli occhi neri di Carmela sono dolci, ma velati di tristezza. Ha appena dovuto spiegare ai bambini come Francesco e Salvatore siano potuti sparire nel nulla a due passi da lì, in pieno centro.

Non è la prima volta che le succede. Sette anni fa, la sera del 24 febbraio 1999, un'altra ragazza scompariva a Gravina. Si chiamava Maria Pia Labianca, aveva 20 anni. Il suo corpo senza vita veniva ritrovato quattro giorni dopo in un casolare abbandonato alle porte del paese. Nudo, con una ferita sotto il seno sinistro, le caviglie strette in una sciarpa e le braccia aperte a croce. Per questo, in un primo momento, qualcuno aveva pensato a un rito satanico. Anche allora le donne della città avevano dovuto spiegare ai loro bambini che cosa era successo. Era stato difficile. Ma questa volta è peggio.
«Due sparizioni così strane in meno di dieci anni, in un paese di 40 mila anime come il nostro, sono troppe» dice Carmela, stringendo a sé una bambina dai riccioli neri. «Ti rifiuti di accettare l'idea che il pericolo si possa annidare tra le strade dove sei cresciuto e conosci tutti. In fondo allo stomaco, però, ti si pianta lo stesso la paura che quello che è già accaduto una volta possa capitare di nuovo». Ma a gelare il sangue nelle vene di Carmela, e di tutta la gente di Gravina, sono soprattutto le circostanze misteriose che hanno avvolto e ancora avvolgono i due casi. C'erano voluti giorni per trovare il corpo di Maria Pia. E soltanto dopo il funerale il fidanzato, Giovanni Pupillo, ha confessato, per poi ritrattare, di averla assassinata per gelosia. Oggi cammina libero per il paese, in attesa della sentenza di primo grado. Una presenza che inquieta. «Chi crede che sia lui l'assassino trema alla sola idea di trovarselo davanti» dice Rino Vendola, sindaco di Gravina e avvocato di parte civile nel processo. «Chi lo ritiene innocente pensa al fatto che il colpevole è ancora in libertà».

Anche la scomparsa di Francesco e Salvatore è stata avvolta fin dall'inizio in una nebulosa di ipotesi, falsi avvistamenti e bugie. Complice del mistero, la “gravina”: il burrone profondo 60 metri e lungo due chilometri da cui prende il nome e sul quale sorge il paese. Miriadi di pozzi, cisterne, crepacci che da millenni fanno di queste rocce un termitaio sinistro, rifugio di monaci e riserva di raccoglitori di capperi. «Un luogo ideale per nascondersi. Ma anche per occultare un cadavere o depistare un'indagine» spiega Giuseppe Olivieri, speleologo di Gravina. Lui lo sa. Lo ama e lo conosce come le sue tasche quel burrone. E quando si è trattato di rastrellarlo per cercare Francesco e Salvatore si è unito alle centinaia di poliziotti, guardie forestali e volontari che hanno rovesciato Gravina e dintorni come un guanto. Ma più il tempo passava più il mistero si infittiva.
 «La fuga, lo scherzo finito in tragedia, il sequestro per mano di un adulto: ogni ora nasceva una nuova ipotesi. E tutti iniziavamo a temere il peggio» racconta Giuseppina Baffi, vicina di casa del padre dei fratellini, Filippo Pappalardi, e madre di Daniele, l'ultimo ragazzo ad aver visto Francesco e Salvatore pochi minuti prima che svanissero nel nulla. «Davanti ai genitori che si accusavano a vicenda eravamo così disorientati che non sapevamo cosa pensare e cosa dire» rivela Francesco Loglisci, che vende il gelato sotto casa Pappalardi. «I nostri figli, comunque, non li mandiamo più da soli per strada».

Davanti alla gelateria c'è il piazzale in cui Francesco e Salvatore hanno giocato a pallone prima “di andare a fare una commissione”, come hanno detto al loro amico Daniele. E sparire. Da molti balconi penzolano le bandiere che festeggiano la Nazionale impegnata ai Mondiali di calcio. Un pugno nello stomaco. «Pensa che sia cinismo o indifferenza?» mi chiede don Pasquale, il parroco che ha impartito la comunione a Francesco. «Sbaglia. Questa gente rivive un incubo già vissuto. E teme che la ferita resti aperta per anni, portandosi dietro la nebbia che l'ha avvolta come un'ombra minacciosa sulla città. Allora finge di non pensarci. Ma poi in parrocchia si abbraccia, piange e prega. A bassa voce, così che soltanto Dio ascolti». Perché nulla, a Gravina, appare come veramente è. Neppure il dolore.

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