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Non sappiamo più fare i genitori?

di Stefano Cardini
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I padri non sanno più farsi rispettare dai figli. E le madri, iperprotettive, giustificano ogni comportamento. Così i ragazzi finiscono allo sbando. È il duro atto d'accusa di un giudice, da 15 anni in prima linea sul fronte dei giovani

I padri non sanno più farsi rispettare dai figli. E le madri, iperprotettive, giustificano ogni comportamento. Così i ragazzi finiscono allo sbando. È il duro atto d'accusa di un giudice, da 15 anni in prima linea sul fronte dei giovani

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Violenza e morti allo stadio, bullismo a scuola, droga a fiumi con rissa in discoteca. Nelle ultime settimane le  “imprese” dei ragazzi italiani hanno riempito le pagine dei giornali. La polizia sembra aver individuato l'ultrà che lo scorso 2 febbraio, durante la partita di calcio Catania-Palermo, ha ucciso l'agente di polizia Filippo Raciti. Ha diciassette anni. In famiglia lo chiamavano “picciriddu”, lo considerano un bravo ragazzo, tanto che il padre è arrivato a dire: «Difendo lui e gli altri ragazzi che erano allo stadio: è la polizia che non può permettersi di lanciare lacrimogeni».

Altri picciriddi come lui, lo scorso 5 febbraio, a Torino, hanno picchiato il professore d'inglese: voleva portarli dal preside dopo averli sorpresi a sputare addosso alla bidella. «È stato lui a provocarci», si sono giustificati. Il 5 e 7 febbraio, a Milano, decine di ragazzi, pieni di alcol e droga, hanno scatenato la rissa fuori da due discoteche. È il nuovo passatempo di molti adolescenti “bene” milanesi. I genitori, avvertiti dalla polizia, sono caduti dalle nuvole: «Ma se sono così dei bravi ragazzi».
Viene da chiedersi: ma siamo ancora capaci di educare i nostri figli? Simonetta Matone, sostituto procuratore al tribunale dei minori di Roma, da quindici anni in prima linea nella lotta contro il crimine minorile, è convinta di no. E punta il dito soprattutto contro i padri di oggi: «Non sanno più farsi rispettare dai propri figli».

Dottoressa Matone, perché accusa i padri di aver perso il controllo dei loro ragazzi?

«Come giudice minorile, ho conosciuto ragazzi violenti di tutti i generi: ricchi e poveri, emarginati e perbene. In comune avevano tutti una cosa, però: il disprezzo per il padre».

Che genere di disprezzo?

«Lo considerano un poveraccio, un fallito, uno che nella vita si fa mettere i piedi in testa da tutti».

E che colpa ne hanno i padri?

«Non sanno farsi rispettare. L'autorità paterna ha un compito primario: insegnare al ragazzo il senso del limite alla sua libertà. Invece i genitori oggi hanno la testa piena di queste baggianate: essere alleati dei figli, parlare con loro, stare sempre comunque al loro fianco. Psicologismi, democrazia d'accatto.
La maggior parte dei padri ha disertato il proprio ruolo e perso ogni autorevolezza.
C'è chi fa il “mammo”, chi l'eterno bambino, compagno di gioco dei figli. Molti si sono trasformati in bancomat sganciasoldi. In breve: si fanno mettere i piedi in testa. E non trasmettono più alcun senso del dovere. Certo, c'è anche chi, non riuscendo a imporsi altrimenti, alza le mani. L'ultimo rimedio, quando si è perso il rispetto del proprio figlio. Ma così, gli si insegna a comportarsi nello stesso modo, quando sarà lui a cercare rispetto».

Perché un figlio che non rispetta il padre diventa violento?

«Se il figlio non rispetta il padre, il punto di riferimento della sua crescita, non avrà stima di se stesso. E allora cercherà di conquistarsela facendo lo “spaccatutto”:  il bullo con i ragazzi più deboli, sfidando l'autorità, prendendosela con i professori. La violenza diventa l'unico modo per coprire il senso d'impotenza e di disorientamento».

L'aggressività giovanile, l'istinto del branco, però, ci sono sempre stati. Pensiamo al ribellismo degli anni Sessanta o alla violenza politica degli anni Settanta. Che c'è di nuovo?

«Oggi qualunque pretesto è buono per fare a botte, offendere, umiliare. Un ragazzo che ho arrestato qualche tempo fa per aver massacrato di botte un coetaneo, si è giustificato dicendo che lo aveva “guardato brutto”. E poi ora c'è la violenza delle ragazze. Un tempo menare le mani era un tabù per le donne. Ora ho la scrivania piena di casi di ragazzine che picchiano le compagne o addirittura le madri».

Lei ha tre figli. Le mamme non hanno nulla da rimproverarsi?

«Sono iperprotettive. Le racconto un episodio da genitore. Quando mia figlia era al ginnasio, 20 suoi compagni presero sette in condotta. Sa che cosa hanno fatto le loro mamme al consiglio di classe? Li hanno protetti a spada tratta, accusando le insegnanti di non saperli prendere per il verso giusto.
Invece il compito dei genitori è l'esatto contrario: difendere il ruolo dell'insegnante anche quando, al limite, è un incapace. Altrimenti abitui il ragazzo a pensare che, nella vita, ogni volta che incontra un ostacolo, lo può  eliminare premendo un pulsante del telecomando!».

Da dove nasce questo istinto di protezione?

«Rimuoviamo i problemi dalla vita dei nostri figli, nell'illusione di farne bambini perfetti: bravi, buoni, sereni, di successo. Ma se un adolescente non impara ad affrontare le difficoltà, farà sempre naufragio. E di fronte alla ragazza che l'ha lasciato, all'esame andato male, al tradimento di un amico, reagirà con violenza».

Ha fatto bene, allora, quel tribunale che, a Milano, ha sequestrato i beni dei genitori per non aver saputo educare i figli, responsabili dello stupro di gruppo di una compagna minorenne?

«Ha fatto benissimo. Le famiglie non si assumono più la responsabilità delle malefatte dei figli. Il padre del ragazzo sospettato di avere ucciso l'agente a Catania, di fronte all'ammissione del figlio di aver partecipato agli scontri, anziché chiedere perdono alla famiglia dell'agente, è corso in tv ad accusare la polizia».

È un caso estremo?

«No. I genitori dei  giovani che arrestiamo cadono quasi sempre dalle nuvole. Sembra che non conoscano affatto i loro figli. Negli stupri, per esempio, danno la colpa ad altri: la ragazza che provocava, gli amici che lo hanno coinvolto. Tutto va bene pur di assolvere, con il figlio se stessi».

Anche di fronte alla droga? Per il ministero degli Interni, oggi la cocaina si sniffa già a 14 anni. I presidi delle scuole romane, due settimane fa, hanno accusato le famiglie di fare finta di nulla.

«Hanno ragione. Anziché imporsi con un netto divieto, i genitori si raccontano che il loro ragazzo si fa al massimo qualche “canna”. Girano la testa dall'altra parte. Non si chiedono perché passi la giornata a dormire. O cosa faccia quando, a sedici anni, torna alle tre di notte. Ormai è la norma».

C'è chi dice che i genitori sono permissivi. Altri che non sanno ascoltare i figli. Chi ha ragione?

«Sono vere entrambe le cose. Ma il vero problema è un altro: ci terrorizza l'idea che i nostri figli falliscano. Cresciamo i ragazzi nel mito del successo sociale. Le mamme li mandano a mille corsi: nuoto, judo, danza, per imparare a farcela. Ma l'80 per cento della vita è fatto di sconfitte: glielo vogliamo dire? Non è il risultato a contare di più, ma l'impegno, l'aver dato il meglio. Se si insegna questa regola, si manterrà la stima reciproca.
Invece i genitori sono convinti che, se il figlio non ce la fa, la colpa è loro. E questo eccesso di responsabilizzazione si traduce nel contrario: irresponsabilità. Si preferisce ignorare o giustificare le mancanze del ragazzo piuttosto che ammettere che non è impeccabile, perché altrimenti si sentirebbero falliti loro. Bisognerebbe accettare i limiti dei figli e aiutarli a fare altrettanto. Invece oggi, se un ragazzo negli studi è un somaro, appena si può lo si manda in una scuola meno severa!».

Ma oggi si può dire a un figlio adolescente “è così perché lo dico io” senza che ci rida in faccia?

«Sì, se fin da piccolo gli abbiamo insegnato a rispettarci».

E come?

«Tornando a dire un po' meno “devi capire”, e un po’ più “devi fare”. Se non ti imponi, attraverso un meccanismo di premi e punizioni, fin da quando il bambino è in fasce, poi non lo recuperi più. Sant'Agostino diceva: “La severità che perdona, la misericordia che punisce”.
Oggi si traduce in: far capire ai figli che lo studio è importante, che i risultati costano fatica e sacrifici, che la playstation, la festa di compleanno, il bel vestitino non sono scontati, ma condizionati all'impegno dimostrato nell'assolvimento dei loro doveri (ben più che ai risultati, che dipendono da mille altre cose). Riscoprire il valore delle regole e dei ruoli all'interno della famiglia è l'unica strada per evitare, un giorno, di scoprire che il nostro picciriddu ha messo a ferro e fuoco lo stadio».

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