Oggi fare i genitori è diventato un mestiere

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Sara Peggion

Negli Usa li chiamano “overparents”: mamme e papà sempre presenti, iperprotettivi, affamati di istruzioni per l’uso su come educare i figli. Un modello diffuso anche da noi, soprattutto tra i 30enni

Diceva Sigmund Freud a inizio Novecento che fare il genitore è un mestiere “impossibile”. Un secolo dopo, l’affermazione del grande psicanalista sembra smentita dai fatti: oggi essere madre e padre non è più solo una vocazione, ma assomiglia sempre più a una professione. Lo sostiene un nuovo libro in uscita, Supermamme e superpapà (Meltemi) dell’antropologa Francesca Nicola, lo dimostra il ricco business dei corsi e dei manuali che insegnano come educare e sopravvivere ai bambini, lo si riscontra nella quotidianità, dove l’80% dei giovani italiani tra i 15 e i 29 anni vive ancora con la famiglia di origine (dati Ocse).

L’educazione non è più autoritaria

«L’overparenting è l’eccesso di cure e attenzioni verso i figli che non ha eguali nella storia, e che caratterizza lo stile educativo di molte famiglie del mondo occidentale di oggi» dice Francesca Nicola. Dopo aver studiato le popolazioni della Papua Nuova Guinea, l’antropologa ha deciso di concentrarsi sulla tribù dei genitori “intensivi” delle grandi città degli Stati Uniti, da New York a Detroit, che per molti versi ci rispecchiano. Istruiti, affettuosi, mai autoritari ma iperpresenti e ipercontrollori, questi nuovi padri e madri investono tutte le energie su quello che considerano il loro più prezioso capitale umano: il figlio, spesso unico, a cui dare le migliori opportunità, a cui ronzare intorno come un elicottero.

«Gli overparents amano informarsi su tutto, consultano manuali, fanno rete sul web, diventano critici e diffidenti verso le istituzioni perché limitano la loro libertà di scelta: non è strano che entrino in conflitto con la scuola tradizionale e che contestino le pratiche sanitarie ufficiali, per esempio l’obbligo di vaccinare i bambini» dice l’antropologa Nicola. «Uno studio ha evidenziato che i genitori millennials sono ancora più radicali: più presenti perché flessibili col lavoro, sono ossessionati dall’alimentazione sana, sono tolleranti con i figli su ogni questione, mettono i social al centro della loro vita dal primo bagnetto, sono alla costante ricerca di approvazione e diventano dipendenti dai like della Rete».

Le cure sono intensive

In quest’ottica di ipercontrollo, si comprendono anche meglio i paradossi e gli eccessi italiani. A Milano non si è ancora placata la “guerra del raviolo”: da una parte il servizio di mensa scolastica comunale che mette nel piatto dei bambini 8 ravioli a testa, dall’altra i genitori che protestano perché ne richiedono almeno 9. Così come diventa anche più plausibile la decisione dell’università Bicocca di istituire un “corso di orientamento per genitori che devono accompagnare le scelte di studio dei ragazzi”, benché ampiamente maggiorenni: secondo i dati del portale di lavoro Linkedin, solo il 48% delle famiglie italiane dà carta bianca ai figli per seguire le proprie vocazioni professionali (in Germania è il 70%).

E si capisce anche l’origine del fenomeno delle chat di WhatsApp anti-tutto, che da Nord a Sud si scagliano principalmente contro maestre e professori: tanti di questi genitori sindacalisti rientrano nella categoria overparents che prendono le difese dei figli su qualsiasi fronte. «Questi adulti scambiano le attenzioni con l’intrusività e trasformano le cure in preoccupazioni» dice la psicologa Anna Finnocchietti, che insieme ad altre colleghe ha dato vita al corso online “Vaccinazione psicologica”, un percorso formativo via web a misura di genitori. «Si sentono in dovere di rendere felici i figli, rimuovendo loro gli ostacoli e tutte le situazioni che potrebbero creare rabbia e frustrazione. Il rischio, però, è di crescere persone con una bassa tolleranza alle emozioni negative, e adolescenti che non sanno controllare i propri comportamenti. Noi insegnamo a considerare la famiglia come una zattera, un porto sicuro dove tornare o a cui aggrapparsi solo dopo aver imparato a nuotare, però, con le proprie forze. Il corso, più che offrire una patente, aiuta a riconsiderare alcuni comportamenti e invita a fermarsi a riflettere e ad ascoltare i veri desideri dei figli».

I gruppi sono un’ancora di salvezza

La deriva dello stile genitoriale intensivo inizia a essere evidente negli Stati Uniti, dove questo modello educativo si è imposto dagli anni Novanta. «Oggi si cominciano a registrare le prime critiche, soprattutto tra le donne» dice l’antropologa Francesca Nicola. «A causa della crisi economica e della disoccupazione maschile, le madri si trovano incastrate tra 2 modelli contraddittori: quello della donna produttiva e lavoratrice, e quello della mamma che controlla ogni aspetto della vita del figlio, soprattutto nei primi anni di vita. Rispetto all’Italia, dove la rete sociale è ancora forte, i genitori americani sono molto più soli e non possono contare su un sapere familiare tramandato dalla generazione precedente: la necessità di partecipare a workshop ed entrare a far parte di un gruppo che informa, consiglia e garantirà magari scuole e amicizie migliori per i figli è altissima. Le stesse politiche pubbliche fanno leva sull’iperpresenza dei genitori, accollando su madri e padri il totale peso dei figli: in questo modo possono tagliare il welfare e deresponsabilizzare le istituzioni».

L’analisi dell’antropologa mette l’accento sulle teorie psicologiche che negli ultimi decenni hanno avuto successo in tutto il mondo ma anche “lavorato” sui sensi di colpa delle madri e sulla loro capacità di essere all’altezza del ruolo di genitore amorevole e intensivo. La teoria dell’attaccamento infantile di John Bowlby, per esempio, è stata criticata persino dalla rivista Time: per un lungo periodo ha promosso l’allattamento a lungo termine, il sonno condiviso e il baby wearing, la continua vicinanza tra neonato e madre nei primi 3 anni. Così come è arrivata l’ora x anche per le scoperte delle neuroscienze: nel suo ultimo saggio Il cervello del bambino spiegato ai genitori (Salani), il neuropsicologo Álvaro Bilbao limita il legame tra iperstimolazione cerebrale nei primi anni di vita dei figli e loro futura genialità, correlazione che ha fatto la fortuna di una intera industria di giocattoli e di libri how-to-do per allevare novelli Einstein. E invita ad attingere alle risorse naturali che ciascun genitore possiede: «Ogni gioco, ogni pianto, ogni passeggiata sono un’occasione per educare e potenziare il cervello dei nostri bambini » scrive l’esperto nel suo (utilissimo) manuale.

I numeri in Italia

1,34 I figli per donna nel 2016 (Istat). 80% I ragazzi tra i 15 e i 29 anni che vivono in famiglia (Ocse). 5Le ore che le madri dedicano alla cura dei figli (Ocse). 3.045 Lo stipendio netto di una madre, in euro, se la cura della casa e dei figli fossero retribuite (ProntoPro.it).

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