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Ora capite perché muoiono pur di arrivare da noi?

di Carlo Giorgi
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Noi l'abbiamo capito riaccompagnando a casail senegalese Medoune. Lì, nel cuore dell'Africa, abbiamo visto campi aridi, capanne fatiscenti, bambini affamati. E uomini disperati al punto da rischiare la vita per fuggire da quell'inferno

Noi l'abbiamo capito riaccompagnando a casail senegalese Medoune. Lì, nel cuore dell'Africa, abbiamo visto campi aridi, capanne fatiscenti, bambini affamati. E uomini disperati al punto da rischiare la vita per fuggire da quell'inferno

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Medoune non mi rivolge più la parola. Arrivati al gate 22 A dell'aeroporto di Lisbona, si è piazzato di fronte al tabellone con la scritta "Dakar" e da lì non si è mosso. Fra poche ore arriviamo in Senegal e la sua testa è un vulcano di emozioni. Io non oso disturbarlo. Sono mesi che sogna di andare a Beude, il suo villaggio, per riabbracciare la madre, il padre, le due mogli, gli otto figli. Medoune Dieng, 48 anni, è operaio in una fabbrica tessile di Trieste. Per lui il viaggio è un tuffo senza rete in tutto quello che ha dovuto lasciare: amore e povertà. Per me è il tentativo di rispondere a una domanda: cosa spinge le migliaia di clandestini che sbarcano sulle nostre coste a rischiare la vita in mare?Con la forza della disperazione

Lo capisco appena atterrato a Dakar. Medoune trova macchina e autista e ci mettiamo in viaggio per andare a Beude, 120 chilometri dalla capitale. Quando ci fermiamo al semaforo, siamo presi d'assalto da decine di uomini e ragazzi con caschi di banane, lenzuola, giochi in scatola. Questi commerci da niente sono il massimo delle prospettive di carriera di molti. Decidiamo di comprare degli anacardi e basta un cenno perché un nugolo di venditori accorra al finestrino. Per raggiungere Beude ci vuole una mezza giornata di sauna in automobile. Non piove da giorni, nonostante in Senegal questa sia proprio la stagione della pioggia. L'ultimo tratto, una strada sterrata in mezzo a enormi distese riarse, è un incredibile viaggio indietro nel tempo: vedo contadini che coltivano i campi solo con zappe e rudimentali aratri trainati da cavalli. Fermiamo l'auto, il villaggio di Medoune è tutto lì, paurosamente scarno, davanti ai miei occhi: capanne di legno e paglia, nella piazza una moschea non più grande di una chiesetta di campagna. «Toubab, toubab, una macchina con dei bianchi!» gridano i bambini quando entriamo a Beude. Medoune vede arrivare la madre Dieck, 60 anni. La donna gli domanda agitata: «Cosa ci fai qua? È successo qualcosa?». Il timore che il figlio sia stato espulso dalla ricca Europa ha il sopravvento sulla gioia di riabbracciarlo. Lascio che Medoune ritrovi i suoi parenti e vado nel vicino villaggio di Jacoul. Le donne mi affrontano con le mani aperte. Vogliono che il giornalista occidentale senta i loro calli di marmo: «È l'acqua che tiriamo su ogni giorno dal pozzo profondo 30 metri. Sono i campi che zappiamo per un magro raccolto».Di ritorno a Beude, Cherno Sow, 33 anni, un pastore con sette figli, mi accoglie nella sua umile capanna. Dentro, un caldo da non respirare. Lui rimane accosciato e io ho il privilegio di sedermi sul letto. «Le mie mucche e le mie capre non hanno abbastanza da mangiare» mi dice mentre beviamo il tè dallo stesso bicchiere. Parole rassegnate anche quelle di Alioune Dieng, 64 anni, padre di Medoune e capo del villaggio: «Su un centinaio di nostri uomini, 40 sono contadini qui, gli altri sono andati in Europa. Tutti vorrebbero rimanere vicino alle famiglie, ma non c'è lavoro. Che cosa dovrebbero fare?».

Senza acqua né futuro

«Anche io ho provato a coltivare i campi» gli fa eco Medoune. «Sei ettari di terra, due cavalli, l'aratro. Ma a un certo punto ho dovuto scegliere: dare da mangiare alle mucche o alla famiglia. Ho venduto le bestie e sono partito. Era il 1989 e sono andato in aereo in Tunisia. Dopo sei mesi, ho trovato una barca. A bordo eravamo in 30: la traversata fino alla Sicilia mi è costata un milione di lire, tutti i miei soldi. Prima di avere un vero lavoro, per due anni sono stato in appartamento con altri 20. Uscivo la mattina alle 4 e tornavo a mezzanotte. Una vita tremenda pur di mandare qualche soldo ai miei». Nel 2006 lui e gli altri immigrati senegalesi in Italia hanno inviato a casa 205 milioni di euro. Preziosi, ma pagati con il sangue. «Quando sento che un giovane di Beude ha preso la barca per andare in Spagna, non riesco a dormire» confessa Alioune Dieng. Io quelle barche le ho viste, piroghe che sembrano lunghe banane di legno adagiate sulla spiaggia di Thiaroye sur Mere, un quartiere di Dakar. Stracolme, affrontano 2 mila chilometri di flutti fino alle Canarie. Un rischio spaventoso. «Quando ho deciso di partire, mia madre ha pagato i mille euro del viaggio» racconta Elagi, 30 anni, contadino "respinto" dalla Spagna. «Nella mia vita avevo visto solo la terra. Poi, per giorni e giorni, sono stato circondato da mare e cielo neri. La traversata è disumana ma, se posso, ci ritento». Sempre sulla spiaggia incontro Bay Ali Diop, 64 anni, presidente dell'Associazione dei clandestini rimpatriati e delle loro famiglie. Suo figlio è partito nel 2006 con una piroga e lui sta lì, in attesa. «Deve essere ancora vivo» mi dice, abbozzando un sorriso e scrutando il mare. «Aspetto sempre una sua telefonata». Nessuno, finora, ha avuto il coraggio di dirgli che il figlio, e con lui il suo futuro, non c'è più.

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