Pene d’amor perdute

Portrait of the British playwright, William Shakespeare (1564-1616) (at the age of 34). Painting by Louis Coblitz (1814-1863), 1847. 0,76 x 0,65 m. Castle Museum, Versailles, France --- Image by © Leemage/Corbis
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La commedia di Shakespeare, andata in scena per la prima volta più di quattrocento anni fa, è una bella lezione di modernità per uomini e donne di oggi.

Un paio di giorni fa sono andato al Globe - un teatro estivo di Roma diretto da Gigi Proietti, che propone in programmazione solo e soltanto opere di William Shakespeare, sul modello dell'omonimo teatro londinese. Sono andato a vedere Pene d'amor perdute, in scena fino al 18 settembre, nell'allestimento di Alvaro Piccardi interpretato da molti ragazzi bravi abbastanza usciti dall'accademia Act Multimedia (Lara Balbo, Daniele Battimo, Valentina Bernardini, Mariangela Caruso, Ruggero Cecchi, Michele Ferlito, Stefano Flamia, Martina Giordano, Giulia Grandinetti, Leidys Rojas Martinez, Fabrizio Milano, Stefano Patti, Paolo Emanuele Quaranta, Dino Lopardo, Tommaso Setaro, Francesco Silella).

Teatro:torna stagione Globe Theatre,si cerca sede indoor
Portrait of the British playwright, William Shakespeare (1564-1616) (at the age of 34). Painting by Louis Coblitz (1814-1863), 1847. 0,76 x 0,65 m. Castle Museum, Versailles, France --- Image by © Leemage/Corbis



Un'immagine del Silvano Toti Globe Theatre a Roma.

Pene d'amor perdute racconta del giovane re Ferdinando che decide, assieme a tre cortigani, di dedicarsi per tre anni solo e soltanto allo studio. Per riuscire in questa allettante impresa, i quattro geni bandiscono per legge qualsiasi contatto con le donne. Peccato che si siano dimenticati dell'imminente arrivo della principessa di Francia che dovrebbe discutere col re di alcune cruciali questioni politiche. La principessa si porta dietro tre dame che, manco a farlo apposta, sono delle sgnoccolone pazzesche e l'equilibrio dei quattro ragazzotti fa presto a vacillare. Per non rompere il patto, ma nemmeno sembrare un villano, re Ferdinando le fa accampare nel giardino. Ciascuno dei ragazzi, davanti agli altri, finge di essere incorruttibile, ma, quando è poi da solo, si strugge e scrive poesie d'amore. Le ragazze capiscono di averli in pugno, li prendono in giro e li fanno cuocere fino a quando, perdendo ogni forma di dignità, i ragazzi si dichiarano.

Di che cosa ci parla questa storia? Ci parla di uomini ridicoli, che pensano di poter fare a meno delle donne e dell'amore, in sostanza della vita. Non solo, pensano che questa privazione porterà benefici, che senza le donne e l'amore la loro vita sarà migliore: potranno dedicarsi in pienezza ad importantissime questioni per cui la presenza femminile sarebbe solo una distrazione. Questa storia ci parla anche di donne intelligenti che, per prime, capiscono la stupidità degli uomini che hanno di fronte e il modo per scardinarne l'ottusità.

Non solo questi stupidi uomini alla fine capiscono che non possono fare a meno delle donne e dell'amore, ma capiscono anche che è proprio grazie alle donne e all'amore che migliora la qualità della loro vita. Lo capisce prima di tutti Biron (in questa messa in scena ottimamente interpretato da Stefano Patti) quando scopre che non è il solo ad aver perso la testa per queste ragazze, ma anche tutti i suoi compagni. Lo capisce e gli dice: vi ricordate quando non c'erano queste ragazze? Non abbiamo mai combinato nulla. Adesso che ci sono, siamo diventati dei versificatori prolifici, come non lo eravamo mai stati prima.

Quello di Shakespeare è un invito galante a prendere parte al ballo della vita, a lasciarsi andare nei rapporti e nelle emozioni, a non prendersi troppo sul serio. Perché, chi si prende troppo sul serio e valuta gli altri da poco, che siano donne o uomini, finisce per perdersi il meglio di quello che ha attorno. Ma attenzione: quello di Shakespeare è anche un invito alla serietà, che è cosa ben diversa dal prendersi sul serio. A fine spettacolo, infatti, quando i ragazzi ormai si sono dichiarati, sono ancora una volta le donne a prendere in mano lo scettro dell'intelligenza. Richiedono ai loro compagni serietà: se siete davvero così innamorati di noi aspettateci un anno. Se a fine anno ancora sarete qui, noi saremo vostre per sempre.

Come va a finire, se alla fine questi ragazzi le aspettano davvero un anno, Shakespeare non ce lo dice. Dice: questa è una commedia e un anno è un tempo troppo lungo per il teatro.

Ma in fondo, che cosa abbiano scelto questi ragazzi non è importante. È come se, lasciando il finale aperto, Shakespeare stesse chiedendo allo spettatore, a noi, se siamo pronti a prendere la vita con la leggerezza di una farfalla e l'impegno di un elefante.

Voi che dite?

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