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Perché il gay pride non è una manifestazione solo per gay

di Alessandro Rimassa
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Ce lo racconta qui Alessandro Rimassa. Che sabato ha festeggiato, ballato e scherzato assieme a 50mila tra gay ed etero, anziani e bambini. Tutti uniti dalla fiducia in un futuro senza cittadini di serie B

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Alessandro Rimassa
Un'opinione di

Alessandro Rimassa

Direttore e cofondatore di TAG Innovation School, la scuola dell’innovazione e del digitale nata...


Alessandro Rimassa è l'autore di Generazione mille euro, tradotto in sette lingue e divenuto film. Oggi dirige la Scuola di management e comunicazione dell'Istituto Europeo di Design di Milano. E ha appena scritto È facile cambiare l'Italia se sai come farlo (Hoepli).
Seguilo su twitter: @Rimassasonoio


 

«Quando ci andavo una decina d’anni fa, ero l’unico intruso. Ora è una festa di tutti!». L’affermazione è di Alessandro Capelli, un amico, oltre che il delegato del sindaco di Milano per le politiche giovanili. Ha 29 anni e al Gay Pride ci va da un secolo. Ah, Alessandro è eterosessuale.


E di eterosessuali come lui, al Pride che si è tenuto sabato 28 giugno a Milano e in contemporanea in dieci città in tutta Italia, era pieno.

Che ci fanno? Festeggiano, manifestano, ballano, ridono, scherzano. Fanno le stesse cose dei gay.

Pazzesco? No, normale. Perché anche i gay sono persone normali.

Solo che non hanno alcuni diritti: siamo cittadini di serie B (anche se a guardare la mia dichiarazione dei redditi, e le tasse che pago, non mi pare proprio di essere un cittadino di serie B, ecco…).

Per questo manifestiamo.

Per dire, semplicemente, che siamo persone normali.

I gay non sono solo Vladimir Luxuria e Aldo Busi e Platinette, viva loro e viva anche tutti gli impiegati, i manager, i disoccupati, quelli vestiti male, quelli della moda, quelli che hanno paura di dirlo, quelli che ancora qualche dubbio ce l’hanno, quelli innamorati, quelli single, quelli effemminati e quelli che “non lo avrei mai detto”.

I gay sono persone.

Al Gay Pride mi sono divertito, è stata una bella festa: c’erano donne e uomini, gay ed etero, signore anziane che ballavano alle finestre al passaggio della manifestazione, bambini in braccio e nei passeggini, gente che salutava e gente che sfilava. C’erano, a Milano, una valanga di assessori, consiglieri comunali, persone delle istituzioni e il sindaco, Giuliano Pisapia, che dal palco ha chiesto diritti uguali per tutti.

Questo è il secondo Pride a cui partecipa, il terzo con il Patrocinio del Comune di Milano, fortemente voluto dall’assessore Piefrancesco Majorino (pazzesco, è eterosessuale pure lui, eppure manifesta per i diritti dei gay).

Ecco cos’è il Gay Pride: una festa e un momento per rivendicare i propri diritti, nulla meno e nulla più. 50.000 persone hanno alzato al cielo un cuore rosso per dire viva l’amore, il futuro, la speranza di essere considerati come gli altri.

Io sono un uomo fortunato: ho successo, scrivo libri, ricopro ruoli professionali importanti, guadagno bene, sono fidanzato, ho una famiglia meravigliosa. E sono felice per quello che sono.

Ma non tutti sono come me.

C’è chi ha paura della propria condizione, chi non riesce a vivere serenamente la propria omosessualità, chi addirittura si ammazza. Succede ancora oggi, succede in Italia, succede in tante città evolute.

Ma non può più accadere. Ecco perché, proprio chi è come me, deve metterci la faccia e sfilare in prima fila: per ostentare normalità. Poi al Gay Pride ci sono anche mille altri colori, e questo è il bello: siamo tanti e diversi, ma tutti uniti per promuovere, chiedere e pretendere pari dignità.

Ci vediamo in piazza, il prossimo anno?

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