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Pronti per il primo giorno di scuola?

Una mamma e un maestro si scrivono: lei chiede meno compiti e meno attenzione ai voti, lui di parlare apertamente e non sui gruppi di Whatsapp. E voi cosa vorreste dire ai professori dei vostri figli? 

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Una mamma e un maestro si scrivono: lei chiede meno compiti e meno attenzione ai voti, lui di parlare apertamente e non sui gruppi di Whatsapp. E voi cosa vorreste dire ai professori dei vostri figli? 

La lettera del maestro

Alex Corlazzoli, 42 anni, è giornalista e scrittore. Insegna nella scuola elementare di Casaletto Vaprio, un paese in provincia di Cremona. Ha scritto vari libri sul tema della scuola, l’ultimo si intitola Tutti in classe (Einaudi). 

Cara mamma, la scuola inizia e con questa lettera vorrei sciogliere alcuni nodi. Perché non è un mistero che tra insegnanti e genitori il rapporto possa essere intricato. Prima di tutto, se ci fossero delle critiche da farmi, prego lei e le altre mamme di evitare un processo contro di me in un capannello fuori dalla scuola o, peggio, sulla chat di WhatsApp: confabulare contro un insegnante, senza renderlo partecipe del problema, non porta nulla di buono. Non voglio dire, con questo, che lei non debba esprimere le sue perplessità: scelga solo un canale più costruttivo che mi permetta di aggiustare il tiro quando non riesco a cogliere nel centro con suo figlio. Venga a parlarne con me. Non abbia fretta di andare dal preside: sì, rappresenta la massima autorità della scuola, ma è anche la figura che conosce meno il ragazzino. Io le consiglio di confrontarci a voce o, se è impegnata con il lavoro, mi scriva un’email, una lettera, un sms: non mancano i modi per comunicare oggi, no? Se vuole può consultare gli altri insegnanti della classe: i problemi si risolvono meglio in comunità che in un colloquio a due.

È probabile che anche quest’anno il tasto dolente siano i compiti. Troppi. O troppo pochi. Perché non facciamo una cosa diversa per una volta? Ci incontriamo e concordiamo un piano d’azione comune: programmiamo insieme se e quanti darne.

Già che ci vediamo, approfitterei per aggiornarla sulle norme che regolano la scuola, oggi. Sa, da quando la frequentava ai suoi tempi è cambiata e lei, facendo un altro mestiere, giustamente non ne è al corrente. Dico questo perché se mi chiede: «Ma lei il programma quando lo fa?» mi rendo conto che non sa che i programmi non esistono più, sono stati sostituiti da indicazioni ministeriali. Vada a guardare cosa dicono se teme che non facciamo abbastanza in classe.

Se continua, comunque, a non stimarmi, le chiedo l’accortezza di non dirlo davanti a suo figlio. Lui non ha gli strumenti per filtrare un’affermazione come: «L’insegnante di italiano è un inetto». Ma, soprattutto, cara mamma, per quest’anno ho una richiesta per me importante: non mi abbandoni, ho bisogno di lei, perché io suo figlio lo vedo solo in classe, lei lo conosce da quando è nato e i genitori sono i migliori alleati che ho per fare il mio lavoro. Perché solo se comprendo chi ho di fronte riesco a insegnare. E solo così l’alunno può imparare. Ci vediamo a scuola. La aspetto.



La lettera della mamma

Rossella Boriosi, 51 anni, è una mamma blogger, vive a Perugia e ha tre figli di 18, 15 e 9 anni. Scrive di scuola, famiglia ed educazione sul suo grimildeblog.it.

Caro insegnante, ci prepariamo a ripartire. Io non sono né una professoressa né una pedagogista, quindi non pretendo di interferire nel suo lavoro, desidero solo, con questa lettera, darle qualche suggerimento per appianare questioni che creano attrito tra genitori e insegnanti. Eh sì, perché ci sono ambiti in cui, fra di noi, vige un rapporto di reciproca incomprensione.

Allora, prendo coraggio e inizio dal problema più ricorrente per l’intera famiglia: i compiti. Perché non solo i ragazzi sono pressati da una mole di esercizi, ricerche e temi da svolgere a casa, ora anche noi genitori ci mettiamo a studiare pur di aiutarli a sgravarsene. Ecco, questo a me non va bene: mi rifiuto di fare da insegnante che dà ripetizioni a mio figlio. Come madre, quest’anno, mi chiamo fuori dal capitolo compiti: siamo d’accordo che servono a verificare l’apprendimento di quanto fatto in classe? Allora io genitore non c’entro nulla e nulla posso fare. Se qualcosa in aula non ha funzionato, o perché i ragazzi non hanno seguito la lezione o perché il professore non è stato chiaro, è lì che va risolto. Per questo non andrò a rivedere, correggere, controllare. La avverto che mio figlio potrà arrivare a scuola senza avere i quaderni a posto: è perché lo lascerò alla sua autonomia, anche se sbaglia. E io, da parte mia, non avrò timore di fare brutta figura, di passare per una madre che si disinteressa.

Le faccio, poi, una confidenza e mi scuso se le potrà sembrare provocatoria perché rivolta proprio a un insegnante: sono convinta che la scuola non sia l’unica maestra di vita. Non che non riconosca il valore fondamentale dell’istruzione, ma penso che molte altre attività lo siano altrettanto. Dalla mia esperienza di madre, le assicuro che aiutano a sviluppare senso di responsabilità, autocritica e impegno anche il nuoto, la ginnastica, il corso di musica. Interessi extrascolastici, passioni e hobby non sono perdite di tempo che rubano spazio allo studio né babysitter a cui affidiamo i figli il pomeriggio, ma un modo per scoprire i talenti, valorizzarli e crescere.

E, infine, veniamo alla pagella: le chiedo, possiamo uscire insieme dalla logica del voto come scopo ultimo dello studio? Noi madri e padri non abbiamo tutti gli strumenti per farlo, ma voi maestri potete spiegare agli alunni l’importanza di quello che imparano a scuola? I professori che lo fanno ottengono risultati straordinari. Ci proviamo? Io ci conto. Grazie.


(Testimonianze raccolte da Ilaria Amato)


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