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Lo studente omosessuale resta fuori dall’aula: è discriminato?

di Silvia Calvi
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In un istituto superiore di Monza un ragazzo (omosessuale dichiarato) è stato lasciato fuori dall'aula dopo aver mostrato ai compagni una sua foto, ritenuta dal preside "pedopornografica". Ma Dopoa scuola non è il primo luogo di integrazione? E gli insegnanti non dovrebbero parlare apertamente con i ragazzi di qualsiasi argomento?

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In un istituto superiore di Monza un ragazzo (omosessuale dichiarato) è stato lasciato fuori dall'aula dopo aver mostrato ai compagni una sua foto, ritenuta dal preside "pedopornografica". Ma Dopoa scuola non è il primo luogo di integrazione? E gli insegnanti non dovrebbero parlare apertamente con i ragazzi di qualsiasi argomento?

È solo l'ultimo di una serie di episodi finiti di recente sulle pagine di cronaca. Stiamo parlando di quanto accaduto due giorni fa in un'Istituto professionale cattolico di Monza (MB) in cui uno studente del secondo anno è stato punito dal preside per una foto pubblicata su Instagram.

Cosa è successo Secondo una prima ricostruzione (mentre scriviamo sono ancora in corso le indagini dei Carabinieri, su denuncia dei genitori del ragazzo) sembra che lo studente,16 anni, di origine rumena e omosessuale dichiarato, abbia mostrato ai compagni una sua foto in costume da bagno, al mare, abbracciato all'ex fidanzato. Il preside, venuto a conoscenza della cosa e presa visione dell'immagine, da lui definita "pedopornografica", ha imposto che lo studente, durante le lezioni, anziché con i compagni rimanesse confinato in fondo al corridoio. Intervistato da un quotidiano locale sulle ragioni di questa punizione, ha dichiarato di aver agito "Per evitare discussioni in classe".

Un appello agli insegnanti "Senza entrare nel merito della vicenda, sulla quale mancano troppi dettagli, vale la pena di riflettere su come oggi sia diventato urgente affrontare nelle scuole il tema dell'integrazione" commenta Matteo Lancini, docente di psicologia presso l'Università Bicocca di Milano e Presidente della Fondazione Minotauro (www.minotauro.it). "Molto è stato fatto alle elementari, non alle scuole medie e alle superiori, cioè proprio quando si fanno dichiarate le differenze (religiose, di orientamento sessuale, culturali e così via) e ci sarebbe più bisogno di dare ai ragazzi gli strumenti per accogliere anziché escludere".

La domanda che fa discutere Ma perché la scuola dovrebbe occuparsi dell'attività Social dei ragazzi? "Perché quello che avviene nel virtuale ha ricadute sulla vita reale. E il primo sbaglio è non parlarne. Noi adulti, genitori e insegnanti, abbiamo il dovere di farci carico di quello che crea disagio o che, invece, è l'espressione di una nuova normalità" continua l'esperto. "Purtroppo, invece, oggi sembra prevalere un conflitto ideologico. Così, però, la sottocultura massmediatica prende il sopravvento. E questo non aiuta i ragazzi a leggere la realtà, a sapersi orientare senza farsi condizionare dai pregiudizi. Insomma, servono più interventi inclusivi anziché punizioni che puntano a emarginare e non comprendere ciò che è diverso".

La via d'uscita La ricetta per uscire da questo vicolo cieco, però, c'è: promuovere la discussione e favorire il confronto. "Se noi adulti siamo impegnati solo a difendere le nostre idee, finisce che lasciamo campo libero a modelli fortemente diseducativi".  Un'occasione perduta. Perché ogni situazione, anche critica, può essere trasformata in una preziosa occasione di crescita. Dipende da noi.

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