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Sei una donna moderna 2.0?

di Sara Sironi
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Abbiamo intervistato Roberta Cocco, la mamma-manager che ha promosso molte iniziative per avvicinare il mondo femminile alla tecnologia: ci ha raccontato chi è la donna moderna del futuro e... del presente

Abbiamo intervistato Roberta Cocco, la mamma-manager che ha promosso molte iniziative per avvicinare il mondo femminile alla tecnologia: ci ha raccontato chi è la donna moderna del futuro e... del presente

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Sguardo deciso ma dolce, look manageriale ma femminile: è impossibile applicare i soliti stereotipi della "donna in carriera" a Roberta Cocco, direttore della divisione marketing communication di Microsoft Italia, sposata, madre di tre figli. L'abbiamo incontrata in occasione de I giardini di marzo, un'iniziativa promossa da futuro@lfemminile (un ambizioso progetto per comunicare all'universo femminile le potenzialità delle tecnologie) che l'ha vista coinvolta in prima persona.

Le abbiamo chiesto che cosa pensa degli stereotipi sulle donne manager, spesso accusate di essere più spietate degli uomini, perfino con le colleghe.

«Manca la massa critica per fare un confronto: ci sono pochissimi capi donne. E gli stereotipi da combattere sono radicatissimi, l'immaginario della donna manager crudele è molto diffuso e si finisce per allineare la realtà agli stereotipi. Gli stereotipi ci condizionano, eccome! Pensiamo a quello della mamma: qualche anno fa per il lancio di un nuovo prodotto, la mia azienda propose per la prima volta l'immagine di una donna che digitava al computer con un bambino in braccio. La reazione dei colleghi? "Eh, come si vede che è un'immagine americana! La donna italiana non è così".»

L'immagine della donna italiana è anche nelle mani degli operatori della comunicazione, dai giornalisti ai pubblicitari: è così difficile cambiare rotta?

«Come aziende, come comunicatori, come donne abbiamo una grande responsabilità che è quella di offrire dei modelli alternativi a quelli vigenti. Quando si parla di una ragazza sedicenne è spesso perché è anoressica o perché vuole fare la velina e sposare un calciatore... Ma non sono tutte così. Perché allora si rappresenta sempre e solo una fetta della popolazione?»

«La nostra intenzione non è quella di sostituire i modelli vigenti con bruttone pedanti, ma di chiedere ai mass media di rappresentare davvero il mondo, di rappresentarlo tutto. La moda è colpevole? Se è colpevole la moda, lo sono altrettanto i giornali che continuano a proporre un'immagine femminile stereotipata. Noi comunicatori abbiamo un'altra grande responsabilità, soprattutto quando ci rivolgiamo ai più giovani che sono molto soggetti all'emulazione dei modelli proposti.»

Le statistiche però parlano chiaro, in Italia il divario tra uomini e donne è profondo: nella classifica del World Economic Forum sulla condizione femminile (che ha valutato ambiti economici, lavorativi, accesso all'educazione, influenza politica e salute) l'Italia è al 77esimo posto su 115 nazioni.

«È vero, ma come comunicatori non possiamo passare il tempo a crogiolarci su numeri e statistiche che ci vedono sempre all'ultimo posto in tutte le classifiche sulle presenze femminili. Dobbiamo reagire! Fino ai 18 anni il divario di genere non esiste. Poi le ragazze entrano nel mondo del lavoro e prendono batoste allucinanti. Gli ideali si frantumano. Anche la questione della maternità è una scusa che non regge: viviamo in una società che ci chiede di lavorare almeno 40 anni e pochi mesi di congedo costituiscono un dramma per un'azienda? Non scherziamo.»

Nel 1976 lo slogan Udi dell'otto marzo suonava così: "Libera nella maternità, autonoma con il lavoro, protagonista nella società". Sono passati molti anni, a che punto siamo?

«È davvero deprimente pensare che 31 anni dopo non l'abbiamo ancora realizzato. Io ho 41 anni e ho una bimba di due anni e mezzo: spero che quando mia figlia avrà 40 anni, questo slogan sarà stato finalmente messo in pratica. Io temo con grande realismo di non poterlo vedere realizzato. Ci vorranno anni... e dobbiamo iniziare subito a lavorarci su.»

Chi comincia a cambiare? Gli uomini o le donne?

«Tutti e due, alla pari. Noi donne dobbiamo assumerci le nostre responsabilità e quindi gestire i nostri diritti in modo sempre più deciso e convinto. Troppo spesso vedo delle rinunce. Certo, andare avanti non è facile, concilare è faticosissimo, ma dobbiamo farcela. Per noi stesse, innanzitutto, ma anche per i nostri figli. D'altra parte dobbiamo rendere la vita un pelo più difficile anche ai nostri colleghi uomini. Che non si possono più permettere di sostenere un divario così profondo. Io per esempio concettualmente aborro le quote rosa, ma sono totalmente a favore. Cominciamo a prendere gli spazi così, in modo "tecnico": se aspettiamo di essere riconosciute per il valore, non ci arriveremo mai, la storia lo insegna. Chi ci lascerebbe il posto spontaneamente?»

Piccoli passi, dunque, ma concreti. Qualche esempio?

«Proviamo ad essere un po' meno gheishe e a farci aiutare. Chiedere aiuto è legittimo, invece noi ci sobbarchiamo una serie di responsabilità, soprattutto nell'ambito familiare... Io vedo esempi positivi. Donne che non hanno paura a chiedere.»

Ma la richiesta d'aiuto non ci si ritorce contro? È come se ammettessimo che dobbiamo fare tutto noi e che gli uomini possono, bontà loro, darci una mano se ne hanno voglia...

«È proprio la condivisione delle responsabilità il punto. E i cambiamenti cominciano a vedersi: pensiamo alla generazione precedente, in cui i padri non si sognavano nemmeno di alzare una forchetta, anche se le mogli lavoravano. Questione di mentalità? Cultura? Generazione? Bene, ora basta. Noi dobbiamo andare avanti ed essere decise nelle richieste. Sempre in modo positivo, non rivendicativo.»

Chi è allora la donna moderna 2.0? Una donna che sa cogliere anche le opportunità offerte dalla tecnologia che semplifica la vita?

«Sì. La mia "donna moderna 2.0" è una donna realizzata, serena, sia che lavori fuori casa sia che lavori in casa, contenta di se stessa (ed è una cosa che si trasmette tantissimo a chi ci circonda!). Una donna che si è creata una propria condizione familiare (con o senza figli) e sociale in cui si trova bene e che non debba mai vergognarsi di essere donna per realizzarsi. "Donna" non vuol dire "famiglia" e "uomo" non vuol dire "lavoro". Se la società è fatta al 50% da donne, tutti gli aspetti della società (lavoro, politica, scuola...) devono essere al 50%: è ridicolo avere due donne rettore su 800 atenei in Italia. Significa che c'è qualcosa che non funziona. Cosa ci manca? Davvero non lo so. Ma dobbiamo capirlo. In fretta.»

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